SOLO WOMAN ROAD TRIP: da Alice Springs a Devil’s Marbles – NT

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Prima tappa dopo aver lasciato Alice Springs, che tra parentesi mi mancherà parecchio, è il punto dove il Tropico del Capricorno attraversa lo stato del Northern Territory, a solo mezz’ora d’auto da Alice continuando a nord sulla Stuart Highway. Lo si nota da lontano che si sta arrivando nel posto giusto poiché a lato della strada sorge una specie di gigantesco spillo che determina l’esatto punto nel quale passa la linea che segnala il Tropico…..e inoltre quella è l’unica strada da percorrere! Continua a leggere

SOLO WOMAN ROAD TRIP: Alice Springs – Northern Territory

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Arrivo ad Alice Springs

Alice Springs, la perla dell’Outback australiano! Ecco come la definirei.

Nonostante sia centinaia di chilometri dal nord, capitanato da Darwin e centinaia di chilometri dal sud, capitanato da Adelaide, Alice Springs è decisamente la capitale del centro rosso dell’Australia; una cittadina che ha essenzialmente tutto nonostante la posizione non proprio favorevole allo sviluppo urbano. Il terreno è veramente arido ma come sempre gli alberi chiamati Ghost Gum ed altre specie di eucalipto la fanno da padrona. Rendono il paesaggio molto più interessante,  colorato e riempiono il letto costantemente secco del fiume Todd che attraversa Alice Springs, il quale si riempie d’acqua solo una volta ogni tanto durante l’estate quando la stagione delle piogge arriva a nord, causando a volte grandi inondazioni.

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L’accesso alla città da sud è attraverso uno scenico “gap”, una gola tra due colline rocciose nella quale è stata costruita la strada e che è inoltre uno dei simboli di Alice Springs, così come si nota nella gigantesca scritta che da il benvenuto ai visitatori sul lato della strada e che è meta di continui stop per foto (io inclusa!).

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Artista aborigeno in Todd Mall

Servendomi della mia amata WikiCamps Australia app, trovo un posto dove campeggiare ad un prezzo davvero economico, 11 dollari al giorno (circa 7 euro). Si trova dietro il Gap Hotel, ad appena tre chilometri dal centro città e ne faccio la mia base d’esplorazione per le tre settimane che rimango nei paraggi. Faccio subito amicizia con un gruppo di ragazzi francesi, che (scusate se sarò maleducata ma a volte i pregiudizi sono duri a morire!) sorprendentemente si rivelano persone stupende: vengo invitata fin dalla prima sera ad unirmi a loro intorno al fuoco, in compagnia di altre persone di diverse età e provenienza, condividendo la cena, una birra, buona musica e conversazioni interessanti.

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Vista del tramonto dal campeggio dietro Gap Hotel

Trascorro i giorni seguenti esplorando la città, visitando i luoghi turistici, facendo passeggiate e soprattutto spendendo tante ore in libreria….santo internet!

Proprio qui, a pochi giorni dal mio arrivo mi succede una cosa non proprio piacevole: mi rubano la borsa praticamente sotto gli occhi. Dentro: passaporto, portafogli e chiavi della macchina. Per fortuna non sono una persona che perde la calma, qualche lacrima si ma non la calma 🙂 Avverto il personale della libreria e da quel momento parte una sorta di “task force”: la polizia viene chiamata e mi raggiunge in pochi minuti; nel frattempo il manager della libreria viene allertato e si decide di controllare i video della sorveglianza per cercare di capire come sia successo e di riconoscere qualcuno in volto. Mentre uno dei poliziotti mi riempie di domande sul come, dove, quando, e dettagli vari, l’altro passeggia per la zona provando a ritrovare la borsa. I video vengono controllati e poco tempo dopo mi viene detto che il punto dove ero seduta non è ben coperto dalle telecamere e che quindi il riconoscimento è da lasciar perdere. Finisco con la polizia, un amico arriva in mio “soccorso” (morale soprattutto), l’assistenza stradale riesce ad aprirmi la macchina così da permettermi di prendere alcune cose per trascorrere la notte, ma invece mi propongono di riportare la mia auto al campeggio con il carro attrezzi…..gratis!

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Canguro e piccolo nel marsupio

I due poliziotti con i quali ho parlato poche ore prima, non vedendo più la macchina parcheggiata alla libreria si presentano al campeggio per assicurarsi che l’auto fosse effettivamente con me e che non fosse stata rubata.

La notte la passo quasi insonne cercando di fare una lista di tutte le cose che ora devono essere fatte: andare all’ambasciata italiana e richiedere un passaporto provvisorio così da poter tornare in patria (non che ne sia particolarmente incline…), bloccare la carta di debito ed ordinarne una nuova, cambiare la chiusura dalla macchina e rifare le chiavi, rifare la patente di guida australiana, ordinare una nuova tessera sanitaria italiana ecc…..

La mattina seguente ricevo una telefonata dalla centrale della polizia: quella stessa mattina una donna mentre camminava in riva al fiume, ritrova la mia borsa nella sabbia e la porta alla polizia. Mi fiondo in centrale e ho una piacevole sorpresa: nella borsa c’è tutto! L’unica cosa mancante sono 20 dollari in contanti e la carta di debito, tutto il resto è li! L’emozione prende il sopravvento e contentissima ritorno al campeggio accompagnata dal mio amico James il quale è stato la mia spalla di supporto durante quelle ore di confusione mentale dopo il furto.

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Vista dalla cima di Mount Gillen

La nuova carta di debito mi arriva in posta in tre giorni lavorativi e con una facilità sorprendente sono di nuovo sulla normale rotta del mio viaggio. Mi sono resa conto di quanto differente sarebbe stata la situazione in Italia, mi dispiace ammetterlo ma probabilmente la polizia mi avrebbe dato una pacca sulla spalla virtuale (con una telefonata, si perché non credo si sarebbero nemmeno presi la briga di venire da me) e detto:”Signorina, ci dispiace tanto, speriamo di ritrovare la sua borsa….ma non ci conti troppo!”.

Inoltre la burocrazia è molto più spicciola, a volte quasi inesistente: la carta di debito è stata bloccata dalla mia applicazione sul cellulare, ne ho ordinata una nuova nello stesso modo ed attivata ancora una volta con applicazione. Nessuna telefonata, o firma su documenti, o banca.

Lasciamoci il furto della borsa alle spalle vah!

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Mercato della domenica mattina a Todd Mall

Se siete ad Alice Springs non perdetevi il mercato del fine settimana nella Todd Mall, la strada pedonale del centro cittadino che la domenica ospita il mercato locale con bancarelle di cibo, libri, bigiotteria. Ci sono inoltre alcune molto curiose come ad esempio quella dove un ragazzo australiano di nome James vende smoothies (frullati di frutta). Fin qui nulla di strano, se non fosse che questi frullati sono fatti con una bicicletta!

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James e la sua smooth revolution con un cliente visibilmente soddisfatto

Eh si, il genio ha preso una di quelle bici da palestra e vi ha installato sul fronte, al posto del cestino, un frullatore che viene azionato dalla pedalata. A parte il fatto che io sono una delle clienti abituali durante la mia sosta ad Alice, ma se vuoi pedalare tu, James ti fa lo sconto….e che risate quando i clienti finiscono di frullare, suonano il campanello e hanno una soddisfazione in volto che è innegabile.

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Se volete dare un’occhiata a questa divertente ed ecologica invenzione, visitate la pagina Facebook di Smooth Revolution, o visitate direttamente James ed i suoi smoothies a Alice Springs 🙂

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Guidate in cima alla collina chiamata Anzac Hill per una vista a 360 gradi sulla città, ma se volete una vista DAVVERO mozzafiato allora dovete guidare pochi chilometri fuori dal centro verso ovest sulla Larapinta Drive e raggiungere Mount Gillen.

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Vista dalla cima di Mount Gillen

Dal parcheggio comincia una passeggiata, che devo ammettere essere piuttosto impegnativa soprattutto nella parte finale, che porta fino in cima al monte. Non è lunga, io impiego circa un’ora, ma alla fine ci si deve letteralmente arrampicare sulle rocce per raggiungere il punto più alto e da qui la vista intorno è assolutamente spettacolare.

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Vista dalla cima di Mount Gillen

Io ed un amico decidiamo di assistere all’alba, e dopo la camminata notturna seguendo il sentiero con le torce, arriviamo in cima proprio mentre il sole sta facendo capolino all’orizzonte salendo da dietro le colline lontane ad est e inebriando il cielo con un rosso intenso, che poi si trasforma in arancio ed infine giallo. Un luogo ideale per scattare foto di panoramiche d’effetto 🙂

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Panoramica dalla cima di Mount Gillen

Non dimenticatevi di visitare il sito di arte rupestre aborigena ad Emily Gap, ad est della città seguendo la Ross Highway, ne vale davvero la pena.

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Arte rupestre aborigena ad Emily Gap

Visitate le gallerie d’arte aborigena in centro ad Alice, alcuni dipinti sono assolutamente incredibili: la complessità di alcuni mi lascia allibita, intenta ad osservare minuziosamente i soggetti cercando di carpirne ogni singolo dettaglio….sembra un’impresa impossibile.

Nella via centrale Todd Mall è presente il wifi gratuito che tanti usano mentre sorseggiano un caffè seduti sull’erba verde, una delle poche zone dove l’erba verde c’è!

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Anzac Hill

Alice Springs è un punto di passaggio indispensabile per chi viaggia l’Outback e meta obbligatoria per chiunque debba andare in ogni direzione, a meno che non abbiate una jeep o auto a quattro ruote motrici, con la quale allora potrete spingervi su tracciati ben lontani dai soliti battuti da migliaia di turisti.

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Vista da Anzac Hill

Le notti invernali (da giugno ad agosto) sono davvero fredde, si raggiungono facilmente gli 0 gradi e la temperatura si abbassa bruscamente appena cala il sole tramontando ad ovest. In queste ultime settimane durante il giorno le temperature sono molto più calde e piacevoli e se mentre di notte si va sottozero, in tarda mattinata e pomeriggio si arriva anche a 30 gradi, uno sbalzo decisamente grande!

Dopo tre settimane qui ad Alice Springs, numerosi nuovi amici trovati, esperienze indimenticabili (positive e meno), giungo al termine del mio soggiorno e lascio questa città che mi ha dato tanto in così poco tempo.

Ora di fare tappa in un nuovo luogo, dalla natura affascinante, Devil’s Marbles.

Life is beautiful 🙂

SOLO WOMAN ROAD TRIP: West MacDonnell Ranges – Northern Territory

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Come saprà chi mi segue anche su Facebook, mi trovo ancora ad Alice Springs. Qualche giorno fa mi è stata rubata la borsa, che fortunatamente è stata ritrovata il giorno dopo da un’anima pia che l’ha portata alla centrale di polizia qui in città. Dovendo quindi aspettare che la banca mi spedisse una nuova carta di debito, ho colto l’occasione per spendere qualche giorno in un’altra meta turistica importante qui nello stato del Northern Territory: il West MacDonnell Ranges o per usare il nome aborigeno originale Tjoritja.

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Si tratta di una spettacolare zona che si estende per 160 chilometri ad ovest di Alice Springs e che è testimonianza della potenza della natura che in tempi antichi ha plasmato questi panorami di montagne, colline, rocce, fiumi, valli e gole.

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Raggiungere ogni punto da visitare è relativamente semplice grazie ad un’unica strada, Larapinta Drive che poi diventa Namatjira Drive, asfaltata ed in perfette condizioni che dalla città porta fino alla fine dei Macs, come gli affezionati australiani chiamano il West MacDonnell Ranges.

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Larapinta Trail

Alcuni punti sono raggiungibili da strade secondarie asfaltate anch’esse in ottime condizioni, ma altri possono essere problematici per chi come me guida una semplice auto e non una Jeep (come il 90% dei turisti che si incrociano sul percorso!). Un esempio è la strada per arrivare a Redbank Gorge che non è asfaltata e quando si guida a volte si prega che alla fine l’auto sia ancora tutto un pezzo mentre si controllano ossessivamente gli specchietti laterali…

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Ho dovuto rinunciare ad andare a Serpentine Gorge poiché dopo la svolta su una di queste strade malridotte i rumori provenienti dalla guida non promettevano nulla di buono e dopo un minuto ho fatto marcia indietro.

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Mount Sonder

Il West MacDonnell Ranges è noto soprattutto per il famoso percorso pedonale chiamato Larapinta Trail, uno dei più famosi al mondo e meglio mantenuti: numerose persone affrontano questa lunga camminata di 223 chilometri suddivisa in 12 sessioni che parte con la prima sessione da Alice Springs e prosegue verso ovest attraversando l’intero parco nazionale e concludendosi a Redbank Gorge con la sessione 12, l’arrampicata su Mount Sonder ad un’altitudine di 1379 metri e l’unica che io ho completato, nonostante l’idea di completare l’intero Larapinta Trail ma che ai miei occhi sembra ancora troppo difficile per le mie capacità fisiche. Purtroppo a volte bisogna ammettere i propri limiti e pensare di dover camminare 223 km con uno zaino di almeno 15 km sulle spalle e dover inoltre affrontare ripide salite con quel peso, mi ha fatto desistere dall’idea.

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Questo il link al sito web del Larapinta Trail: se siete in Australia e siete piuttosto “fit”, ovvero atletici vi consiglio di imbarcarvi in questa avventura, non ve ne pentirete!

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Uno dei numerosi Ghostgum

Spendo tre giorni pieni nei “Macs”, guidando dal punto più vicino ad Alice Springs chiamato Simpsons Gap, spostandomi lo stesso giorno in un luogo a mio parere molto più bello: Stanley Chasm. Stanley Chasm è noto per la stretta gola racchiusa tra due alte pareti rocciose dal colore rosso intenso e dalla presenza degli oramai ricorrenti Ghost Gums, una specie di albero di eucalipto dalla corteccia bianca e foglie verde acceso, colori che contrastano profondamente tra loro e creano un meraviglioso panorama.

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Stanley Chasm

Il secondo giorno mi reco ad Ellery Creek Big Hole dove si trova uno dei pochi laghi permanenti (con acqua) nell’Outback e nel quale è possibile fare il bagno. La temperatura dell’acqua anche in estate è gelida ma nonostante questo e nonostante qui sia ancora inverno, un paio di persone hanno avuto il coraggio di farsi una nuotata….non sono sicura di averli invidiati.

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Ellery Creek Big Hole

Continuando la guida sulla Namatjira Drive verso ovest raggiungo uno dei luoghi che ho preferito qui nei MacDonnell Ranges. Mi riferisco a Ochre Pits, il sito nel quale la popolazione aborigena locale degli Arrernte per migliaia di anni si è recata, e ancora si reca, per procurarsi pezzi di roccia dai quali vengono creati i colori usati nelle cerimonie sacre.

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Ochre Pits

E’ infatti vietato prelevare roccia da queste pareti, i suoi colori sono superbi  e si è tentati dal raccoglierne un frammento e tenerlo come ricordo. Il colore che da nome al sito è appunto l’ocra, ed insieme a rosso, marrone, crema, bianco e nero, viene creata un’onda che corre sul lato di queste pareti alte 10 metri.

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Uno strano arcobaleno, se così vogliamo chiamarlo, che fa di questo luogo uno dei più spettacolari del parco nazionale e che raccomando a tutti di visitare.

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Forse il luogo più bello dei Macs è Ormiston Gorge, pochi chilometri dopo Ochre Pits. L’accesso è una perfettamente mantenuta strada asfaltata che porta fino al parcheggio vicino al quale sorge anche una piccola zona per campeggiare al costo di 10$ a notte e che offre bagni con doccia calda e un chiosco che serve cibo e bevande 7 giorni su 7.

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Ormiston Gorge

E’ proprio qui che trascorro una notte, ma solo dopo aver completato una delle due passeggiate disponibili nel sito chiamata Ghostgum walk. E’ una semplice percorso di un’ora che porta in cima ad una collina dove è presente una piattaforma dalla quale si ammira la gola di Ormiston Gorge in tutta la sua grandezza e maestosità.

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Da qui si scende lungo il lato sinistro della collina, si raggiunge il laghetto alla base della gola e si ritorna al parcheggio. Affronto la seconda passeggiata chiamata Pound Walk la mattina seguente poco dopo l’alba, quando ancora la temperatura è piacevolmente fresca e la luce decisamente interessante per scattare foto.

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Questo percorso richiede dalle 3 alle 4 ore ed è meglio fatto in senso antiorario, così da godere dello spettacolo mentre dalle valli circostanti si entra nella gola dove sorge Ormiston Gorge.

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La prima parte della camminata l’ho trovata noiosa, poco interessante, ma ho decisamente rivalutato la mia idea una volta passate le prime colline e continuato a camminare attraverso il letto di un fiume secco e raggiunto l’ingresso del Gorge.

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Nel pomeriggio mi sposto a Glen Helen Gorge, un’altra gola dove è presente un lago piuttosto esteso e dove è possibile fare il bagno. Purtroppo non rimango piacevolmente impressa e dopo appena 15 minuti mi ridirigo alla mia auto e lascio Glen Helen un tantino delusa dal panorama che assomiglia vagamente ad un grande stagno della bassa modenese, motivo per il quale fuggo velocemente da qui rincorsa da pensieri del mio prossimo ritorno in patria….fin troppo vicino.

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Redbank Gorge

Arrivo nel tardo pomeriggio alla mia ultima meta: Redbank Gorge. Come già accennato all’inizio del post, raggiungere questa località è tutt’altro che una passeggiata! Nonostante la mia velocità di 10 km orari sono costantemente attenta nel controllare gli specchietti sperando di non vedere niente sulla strada che possa appartenere alla mia povera auto.

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Una volta questa roccia era il fondo di un oceano

Dopo pochi chilometri che sembrano infiniti raggiungo la cima della collina dove sorge il campeggio nel quale trascorrerò la notte. Dopo aver fatto due chiacchiere con alcune persone sulle condizioni del tracciato, decido di completare la sessione 12 del Larapinta Trail, 15.8 chilometri suddivisi in 8 km andata e 8 km ritorno e che portano alla sommità di Mount Sonder dalla quale è possibile godere di una vista a 360 gradi sul paesaggio circostante.

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Alba su Mount Sonder

Decido inoltre di assistere all’alba da questo punto panoramico, il che significa che la camminata va completata di notte. Non avendo mai fatto una cosa del genere ho cercato di capire da chi aveva già completato la camminata se il sentiero sarebbe stato facile da seguire, se fosse ben segnalato, cosa che mi è stata assicurata anche da un paio di guide con le quali ho parlato il giorno precedente.

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Decisione presa, sveglia alle 2:10 di mattina, abbondante colazione, zaino pronto in spalla e torcia in mano…si parte!

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Il percorso richiede circa 6 ore per essere completato, 3 andata e 3 ritorno ma è stimato su ritmi di camminata lenti; sorprendentemente dopo 2 ore e 15 minuti arrivo in cima, non credevo ce l’avrei fatta in così breve tempo….forse devo accrescere la mia autostima, non sono proprio così non-in forma!

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La notte è fresca, una leggera brezza muove i cespugli circostanti, il cielo è pieno di stelle brillanti e che sembrano estremamente vicine a me, posso facilmente riconoscere la Via Lattea in questa scura immensità mentre mi faccio strada con la mia piccola torcia stando attenta ad ogni passo che faccio. Intorno a me non ci sono molti suoni, solo il vento, qualche grillo, i miei passi che avanzano sulle rocce e il mio respiro che alle volte si fa più veloce affaticato dai tratti più impegnativi della salita.

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E’ con una certa fierezza che alle ore 5:40 di mattina arrivo in cima a Mount Sonder, avendo battuto i miei stessi pregiudizi sulle mie capacità: il sole sorgerà in circa un’ora e mezza e nel frattempo dopo essermi riparata dal vento dietro uno dei sporadici cespugli che trovo vicino e dopo aver divorato il panino preparato poco prima, aspetto tranquillamente il sorgere del sole previsto per le 7:05.

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Dopo poco arriva un gruppo di turisti accompagnato da due guide e mi accorgo che è lo stesso gruppo che è partito con me ma che mi ha lasciata passare avanti all’inizio del percorso. Aspettiamo insieme l’alba, chiacchierando tra di noi e mangiando qualche biscotto (che non guasta mai!).

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Ecco, l’orizzonte si fa rosso, poi arancio, giallo ed improvvisamente ecco il semicerchio del sole che fa capolino da dietro i monti, velocemente sale e comincia ad illuminare tutto intorno a noi. Finalmente riesco a vedere il paesaggio intorno a me in questa calda luce mattutina che tinge ogni cosa con una sfumatura arancio-gialla e tutti noi accogliamo il sorgere del sole con applausi e risate…

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Sono questi i momenti che mi fanno rendere conto della fortuna che ho ad essere viva, in salute e capace di riconoscere ed apprezzare la semplicità del presente, del momento che si vive una volta sola e che non ritornerà mai più.

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Il sole è oramai alto in cielo e l’aria è molto più mite, mi incammino così per tornare alla mia auto e completare la visita al West MacDonnell Ranges come sempre piena di emozioni e sensazioni a volte difficili da esprimere.

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Solo una parola….GRAZIE

SOLO WOMAN ROAD TRIP: Kings Canyon, NT

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E’ una mattina stupenda e perfetta per guidare quei 320 chilometri verso nord est che ancora mi separano da Kings Canyon.

Si tratta di un un altro meraviglioso luogo dove la natura la fa da padrona. Caratteristici sono gli immensi muri di roccia arenaria formatisi in milioni e milioni di anni da una frattura nella roccia che è poi stata erosa dagli elementi. Vento ed acqua hanno modellato questi scenari incredibili rendendo Kings Canyon una delle mete turistiche più importanti d’Australia e dello stato del Northern Territory, così come lo sono Uluru, Kata Tjuta e le montagne nel MacDonnell Ranges.

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La popolazione aborigena dei Luritja chiama quest’area casa da almeno 20.000 anni.

L’unica camminata che posso affrontare prima che la pioggia si abbatta sulla zona è il classico “loop” o giro intorno che porta i turisti dalla base di Kings Canyon alla vetta tramite una ripida arrampicata su di un lato della roccia.

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L’intera camminata è di circa 6 chilometri ma dopo la prima parte nella quale si affronta la scalata più ripida e faticosa, il resto del percorso l’ho trovato decisamente alla mia portata.

Si attraversano muri di roccia dalla forma particolarissima e dove è chiara la direzione nella quale questa roccia è stata erosa e spinta in superficie. Ci sono enormi precipizi che discendono dai lati del canyon, con magnifici Ghost Gums, una specie di albero di eucalipto che è noto per la corteccia bianca, che sembra crescere in punti assolutamente inaccessibili, facendosi strada nelle crepe della roccia, sembra quasi mantenersi in equilibrio nel vuoto.

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A circa metà percorso si discende nel “Garden of Heaven” dove è presente un lago formatosi da acqua piovana e che è fonte di vita per numerose specie di marsupiali, uccelli e piante.kings_canyon_july2015-26

Il pranzo distesi all’ombra di questa piccola foresta ammirando piccoli uccellini gialli volare a filo della superficie del lago è un momento estremamente piacevole, specialmente quando tutti i turisti se ne vanno per continuare il percorso e rimango da sola ad ascoltare i rumori che mi circondano.

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Risalendo in cima al canyon, la camminata porta a numerosi punti panoramici, uno in particolare mi lascia senza fiato: la vista è sull’impressionante muro dal quale enormi frammenti di roccia si sono distaccati e caduti in passato e che hanno lasciato queste cicatrici nell’arenaria che assume colori differenti: bianco, arancio, rosso, giallo, nero…

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La discesa per ritornare al parcheggio è semplice e non molto tempo dopo mi ritrovo alla mia macchina, con un bagaglio di emozioni e tante immagini che ho avuto la fortuna di poter catturare con la mia amata macchina fotografica e che vi lascio nella speranza, come sempre, di infondere dentro di voi quelle sensazioni che continuano a essere così forti dentro di me.

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Campeggio a circa 40 chilometri di distanza da Kings Canyon che essendo parco nazionale non permette di trascorrere la notte al suo interno, circondata da nitriti di cavalli selvaggi e ululati di dingo nelle vicinanze.

Alice Springs sarà la prossima tappa e da lì verso ovest per visitare il West MacDonnell Range.

A presto 🙂

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SOLO WOMAN ROAD TRIP: Uluru e Kata Tjuta, Australia Outback – Northern Territory

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Uluru

Curva dopo curva, chilometro dopo chilometro mi avvicino al centro dell’Australia denominato Outback.

La chiamano “Red Centre Way”, la via del centro rosso quella strada che porta ad Uluru ma non solo….e da dove prende il nome è palese.

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La strada è lunga, l’asfalto è caldo ed emana un vapore che assomiglia ad un lontano miraggio.

Dune di una sabbia così rossa che acceca e così fine che quando la tocchi la tua pelle si macchia di arancio. Ci sono cespugli di un colore grigio bluastro sparsi sul terreno come pallini a pois su una camicia rossa anni ’50; alberi che si stagliano magri sul suolo, quasi senza foglie con la corteccia liscia e bianchissima; camminando in queste distese si incontrano valli e antichi letti di fiumi oramai senz’acqua.

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Nonostante questa sia considerata zona desertica ed il paesaggio è senza dubbio arido, la vita è ben presenta ed adattata perfettamente alle condizioni climatiche difficili e se si pone abbastanza attenzione diventa chiaro che animali e piante qui nell’Outback australiano sono una presenza importante.

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Non solo canguri, ma inoltre emu, dingo, cammelli, wallabi, serpenti, cavalli, scorpioni, lucertole, aquile…

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Anni spesi a sognare questo posto, arrivo finalmente ad Uluru. L’emozione è grande, le lacrime non possono fare altro che scendere sulle guance mentre ce l’ho davanti ai miei occhi….è lì, immensamente grande, possente, fiero e circondato da un’aura magica e soprattutto non delude le mie aspettative che ho inutilmente cercato di mantenere basse durante i mesi passati mentre lentamente mi avvicinavo.

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Mount Conner

Uluru, il vero ed originale nome di questa montagna nel deserto australiano (o come denominato dai bianchi “Ayers Rock”), sorge in quello che ora è il parco nazionale Uluru-Kata Tjuta National Park e per entrare bisogna comprare un pass al costo di $ 25 per veicolo e valido per tre giorni. Si ha così accesso non solo al sito di Uluru ma anche a quello di Kata Tjuta, un complesso di montagne fatte della stessa roccia di cui è composto Uluru (sandstone) e che si elevano dal terreno in forme cilindriche piuttosto inconsuete, seguendo diverse direzioni, il loro nome aborigeno significa appunto “many heads” ovvero tante teste e la descrizione è a mio parere perfetta!

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Le “tante teste” che formano Kata Tjuta

Anche Kata Tjuta è meta di numerosi turisti durante l’anno, anche se molto meno sponsorizzato di Uluru ma credetemi altrettanto spettacolare. L’alba ed il tramonto visti in entrambi i siti sono imperdibili e piuttosto facili da osservare grazie ai parcheggi costruiti in determinate zone considerate le migliori per assistere a questi due speciali momenti della giornata; l’unico problema? Dovete svegliarvi presto e quindi uscire prima del sorgere del sole con temperature che arrivano anche sotto zero.

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Uluru al tramonto

Quello che attrae il turista è certamente la spettacolarità regalata dal cambiamento di sfumature sulla roccia di Uluru e Kata Tjuta, fenomeno che è in realtà dovuto non alla composizione chimica della roccia stessa ma piuttosto dall’atmosfera terrestre e dai raggi solari che la attraversano venendo riflessi in modo diverso dalla superficie delle montagne e donando graduazioni di un rosso quasi accecante durante il tramonto, un delicato rosa all’alba, inoltre arancio, viola, bluastro e marrone.

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Voglio evitare di cadere nello stereotipo del “turista medio” che si reca ad Uluru solo per tramonto, alba ed arrampicata sulla cima della montagna; voglio viverla quest’energia che sembra permeare ogni roccia, albero, cespuglio che circonda e crea questo luogo mistico. Sarà che ho immaginato e sognato di venire qui per tanto tempo e forse la mie aspettative sono cresciute ad ogni chilometro percorso per arrivare qui e percepisco questi luoghi sacri come mistici, così antichi che la memoria dell’uomo sarebbe andata persa se non fosse per le storie passate di persona a persona tramite i racconti all’interno della tribù aborigena Anangu.

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Uluru è considerato il più grande monolite al mondo e nonostante la sua elevazione dal terreno sia di 348 metri, sotto la superficie del suolo ne risiede il resto: geologi sostengono appunto che la maggiorparte di questa formazione rocciosa si estenda per centinaia di metri sottoterra. La circonferenza di Uluru è di 9.4 km intorno alla quale è stato creato un percorso, una facile camminata che guida i visitatori alla scoperta di questo sito aborigeno sacro alla popolazione Anangu, la tribù che originariamente risiedeva qui e che ancora celebra i propri riti sacri tra le rocce ed insenature di Uluru, in dovere di proteggere questa zona dalle minacce e mantenerne la sacralità e fertilità, mantenendo viva una tradizione di almeno 20.000 anni legata al tempo dei sogni “Dreamtime” durante il quale l’universo fu creato.

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Arte rupestre aborigena

Ci sono pannelli informativi posti in determinati luoghi del percorso con preziose ed interessanti informazioni sulla storia aborigena di Uluru e degli Anangu; sono descritte le storie e miti provenienti dal Dreamtime e dalla cultura madre di questa terra: inoltre geologia, flora e fauna presenti in queste zone.

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Durante la camminata si arriva in luoghi stupendi come, credeteci o no, un piccolo lago che sorge in un’insenatura della roccia e che è frutto delle copiose piogge che a volte si abbattono qui. L’acqua sulla cima di Uluru scende e crea una cascata che con il passare del tempo ha lasciato una larga macchia nera sulla roccia e che è composta da organismi come alghe e funghi. Queste striature sono comuni sulla superficie di Uluru e Kata Tjuta e testimoniano la presenza di acqua che richiama oggi come allora canguri, dingo ed emu.

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Segno lasciato dall’acqua che forma la cascata nella piccola oasi in un’insenatura di Uluru

Gli aborigeni cacciavano questi animali in modo saggio e mantenendo un equilibrio naturale, uccidendo solo quello che serviva alla tribù, cercando di non spaventare gli altri animali così da farli ritornare negli stessi luoghi senza timore.

Dipinti di queste scene di caccia e del tempo del Dreamtime sono ancora presenti, venivano usati dagli anziani ed adulti per insegnare e tramandare conoscenza ai più giovani. Questi siti sono ora conservati lontano dalle mani curiose dei turisti anche se purtroppo molto spesso alcuni se ne infischiano e sorpassano le recinzioni pur di scattare una foto all’arte rupestre e farsi qualche selfie…

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Turisti che procedono con l’arrampicata su Uluru

Molti turisti decidono inoltre di fare l’arrampicata per raggiungere la cima di Uluru, nonostante questa pratica vada contro la tradizione aborigena degli Anangu. Ci sono cartelli lungo il percorso e alla base dell’arrampicata scritti in diverse lingue che invitano i turisti a non farla in segno di rispetto per questi luoghi sacri ma purtroppo questo “fin troppo gentile” invito non smuove le coscienze di tutti e tanti decidono di procedere in ogni caso.

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Cartello sul quale è chiesto gentilmente ed in diverse lingue di evitare l’arrampicata

Negli anni ’50/’60 Uluru cominciò a diventare meta turistica grazie all’accesso al sito tramite una strada sterrata e alla costruzione di un motel. Bus e jeep cominciarono ad arrivare sempre più numerosi con turisti da tutto il mondo. Fu costruita questa arrampicata che tutt’ora risale il lato meno ripido della montagna, con pali in metallo fissati al terreno e catene che permettono una salita meno rischiosa.

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Circa 35 persone sono morte nell’intento di raggiungere la cima, spinte dal forte vento o stroncate da attacco di cuore…tutto ciò non è servito a persuadere turisti ad evitare l’arrampicata ed è chiaro che fino a che questa non verrà chiusa, persone continueranno ad infrangere il volere degli Anangu e violare la sacralità di Uluru solo per godersi un bel panorama.

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Camminando in Kata Tjuta

La mia opinione su questo è molto forte, il percorso per la cima va chiuso, i pali e le catene rimossi, no discussioni, no se o ma…a volte il rispetto deve andare oltre ciò che crediamo non importante per noi.

Fortunatamente qui in Australia ho notato che la cultura aborigena è protetta e lo sta diventando sempre di più nonostante i forti contrasti e problematiche che ancora sono prominenti tra bianchi ed aborigeni.

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Anche il sito di Kata Tjuta è luogo sacro ed allo stesso tempo un’incredibile bellezza della natura che è possibile ammirare percorrendo il sentiero che porta intorno a queste strane montagne dalla forma di giganteschi bruchi che fuoriescono dal terreno in diverse angolature (questa la mia immagine personale!) o con la forma di tante teste, per mantenere la descrizione aborigena originale.

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Queste 36 formazioni rocciose sono il frutto di erosione, come accadde per Uluru, e coprono una superficie di circa 22 km quadrati: la cima più alta è 546 metri.

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Anche qui in Kata Tjuta è presente una fonte d’acqua racchiusa in una gola tra due alte pareti rocciose: il flusso di un piccolo fiume che scorre quando piove rende questo luogo una zona verde con cespugli ed alberi e luogo di rifugio per wallabi, canguri, dingo, lucertole ed altri animali che vivono nell’area.

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Personalmente ho trovato entrambi Uluru e Kata Tjuta estremamente interessanti, impregnati di cultura ed energia e grazie ai quali si gode della vista di paesaggi e colori non comuni.

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Tramonto dietro Uluru

La mia esperienza in questi luoghi è arricchita da una visita di un paio di ore al centro culturale che sorge non distante dal sito di Uluru e nel quale è esposta cultura ed arte aborigena, con documenti, scritti, video e dipinti che regalano un quadro più chiaro delle origini sacre e della spiritualità che ne fanno parte.

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Emozionata lascio il parco nazionale, rimettendomi alla giuda ed allontanandomi da quello che è stato un evento importante nella mia vita, che mi ha in qualche modo cambiata dentro e che spero mi renderà una persona migliore, con ancora più rispetto per le altre culture così nettamente differenti dalla mia, permettendomi di guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, più attenti, curiosi e consapevoli.

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