SOLO WOMAN ROAD TRIP: Kings Canyon, NT

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E’ una mattina stupenda e perfetta per guidare quei 320 chilometri verso nord est che ancora mi separano da Kings Canyon.

Si tratta di un un altro meraviglioso luogo dove la natura la fa da padrona. Caratteristici sono gli immensi muri di roccia arenaria formatisi in milioni e milioni di anni da una frattura nella roccia che è poi stata erosa dagli elementi. Vento ed acqua hanno modellato questi scenari incredibili rendendo Kings Canyon una delle mete turistiche più importanti d’Australia e dello stato del Northern Territory, così come lo sono Uluru, Kata Tjuta e le montagne nel MacDonnell Ranges.

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La popolazione aborigena dei Luritja chiama quest’area casa da almeno 20.000 anni.

L’unica camminata che posso affrontare prima che la pioggia si abbatta sulla zona è il classico “loop” o giro intorno che porta i turisti dalla base di Kings Canyon alla vetta tramite una ripida arrampicata su di un lato della roccia.

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L’intera camminata è di circa 6 chilometri ma dopo la prima parte nella quale si affronta la scalata più ripida e faticosa, il resto del percorso l’ho trovato decisamente alla mia portata.

Si attraversano muri di roccia dalla forma particolarissima e dove è chiara la direzione nella quale questa roccia è stata erosa e spinta in superficie. Ci sono enormi precipizi che discendono dai lati del canyon, con magnifici Ghost Gums, una specie di albero di eucalipto che è noto per la corteccia bianca, che sembra crescere in punti assolutamente inaccessibili, facendosi strada nelle crepe della roccia, sembra quasi mantenersi in equilibrio nel vuoto.

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A circa metà percorso si discende nel “Garden of Heaven” dove è presente un lago formatosi da acqua piovana e che è fonte di vita per numerose specie di marsupiali, uccelli e piante.kings_canyon_july2015-26

Il pranzo distesi all’ombra di questa piccola foresta ammirando piccoli uccellini gialli volare a filo della superficie del lago è un momento estremamente piacevole, specialmente quando tutti i turisti se ne vanno per continuare il percorso e rimango da sola ad ascoltare i rumori che mi circondano.

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Risalendo in cima al canyon, la camminata porta a numerosi punti panoramici, uno in particolare mi lascia senza fiato: la vista è sull’impressionante muro dal quale enormi frammenti di roccia si sono distaccati e caduti in passato e che hanno lasciato queste cicatrici nell’arenaria che assume colori differenti: bianco, arancio, rosso, giallo, nero…

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La discesa per ritornare al parcheggio è semplice e non molto tempo dopo mi ritrovo alla mia macchina, con un bagaglio di emozioni e tante immagini che ho avuto la fortuna di poter catturare con la mia amata macchina fotografica e che vi lascio nella speranza, come sempre, di infondere dentro di voi quelle sensazioni che continuano a essere così forti dentro di me.

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Campeggio a circa 40 chilometri di distanza da Kings Canyon che essendo parco nazionale non permette di trascorrere la notte al suo interno, circondata da nitriti di cavalli selvaggi e ululati di dingo nelle vicinanze.

Alice Springs sarà la prossima tappa e da lì verso ovest per visitare il West MacDonnell Range.

A presto 🙂

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SOLO WOMAN ROAD TRIP: Uluru e Kata Tjuta, Australia Outback – Northern Territory

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Uluru

Curva dopo curva, chilometro dopo chilometro mi avvicino al centro dell’Australia denominato Outback.

La chiamano “Red Centre Way”, la via del centro rosso quella strada che porta ad Uluru ma non solo….e da dove prende il nome è palese.

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La strada è lunga, l’asfalto è caldo ed emana un vapore che assomiglia ad un lontano miraggio.

Dune di una sabbia così rossa che acceca e così fine che quando la tocchi la tua pelle si macchia di arancio. Ci sono cespugli di un colore grigio bluastro sparsi sul terreno come pallini a pois su una camicia rossa anni ’50; alberi che si stagliano magri sul suolo, quasi senza foglie con la corteccia liscia e bianchissima; camminando in queste distese si incontrano valli e antichi letti di fiumi oramai senz’acqua.

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Nonostante questa sia considerata zona desertica ed il paesaggio è senza dubbio arido, la vita è ben presenta ed adattata perfettamente alle condizioni climatiche difficili e se si pone abbastanza attenzione diventa chiaro che animali e piante qui nell’Outback australiano sono una presenza importante.

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Non solo canguri, ma inoltre emu, dingo, cammelli, wallabi, serpenti, cavalli, scorpioni, lucertole, aquile…

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Anni spesi a sognare questo posto, arrivo finalmente ad Uluru. L’emozione è grande, le lacrime non possono fare altro che scendere sulle guance mentre ce l’ho davanti ai miei occhi….è lì, immensamente grande, possente, fiero e circondato da un’aura magica e soprattutto non delude le mie aspettative che ho inutilmente cercato di mantenere basse durante i mesi passati mentre lentamente mi avvicinavo.

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Mount Conner

Uluru, il vero ed originale nome di questa montagna nel deserto australiano (o come denominato dai bianchi “Ayers Rock”), sorge in quello che ora è il parco nazionale Uluru-Kata Tjuta National Park e per entrare bisogna comprare un pass al costo di $ 25 per veicolo e valido per tre giorni. Si ha così accesso non solo al sito di Uluru ma anche a quello di Kata Tjuta, un complesso di montagne fatte della stessa roccia di cui è composto Uluru (sandstone) e che si elevano dal terreno in forme cilindriche piuttosto inconsuete, seguendo diverse direzioni, il loro nome aborigeno significa appunto “many heads” ovvero tante teste e la descrizione è a mio parere perfetta!

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Le “tante teste” che formano Kata Tjuta

Anche Kata Tjuta è meta di numerosi turisti durante l’anno, anche se molto meno sponsorizzato di Uluru ma credetemi altrettanto spettacolare. L’alba ed il tramonto visti in entrambi i siti sono imperdibili e piuttosto facili da osservare grazie ai parcheggi costruiti in determinate zone considerate le migliori per assistere a questi due speciali momenti della giornata; l’unico problema? Dovete svegliarvi presto e quindi uscire prima del sorgere del sole con temperature che arrivano anche sotto zero.

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Uluru al tramonto

Quello che attrae il turista è certamente la spettacolarità regalata dal cambiamento di sfumature sulla roccia di Uluru e Kata Tjuta, fenomeno che è in realtà dovuto non alla composizione chimica della roccia stessa ma piuttosto dall’atmosfera terrestre e dai raggi solari che la attraversano venendo riflessi in modo diverso dalla superficie delle montagne e donando graduazioni di un rosso quasi accecante durante il tramonto, un delicato rosa all’alba, inoltre arancio, viola, bluastro e marrone.

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Voglio evitare di cadere nello stereotipo del “turista medio” che si reca ad Uluru solo per tramonto, alba ed arrampicata sulla cima della montagna; voglio viverla quest’energia che sembra permeare ogni roccia, albero, cespuglio che circonda e crea questo luogo mistico. Sarà che ho immaginato e sognato di venire qui per tanto tempo e forse la mie aspettative sono cresciute ad ogni chilometro percorso per arrivare qui e percepisco questi luoghi sacri come mistici, così antichi che la memoria dell’uomo sarebbe andata persa se non fosse per le storie passate di persona a persona tramite i racconti all’interno della tribù aborigena Anangu.

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Uluru è considerato il più grande monolite al mondo e nonostante la sua elevazione dal terreno sia di 348 metri, sotto la superficie del suolo ne risiede il resto: geologi sostengono appunto che la maggiorparte di questa formazione rocciosa si estenda per centinaia di metri sottoterra. La circonferenza di Uluru è di 9.4 km intorno alla quale è stato creato un percorso, una facile camminata che guida i visitatori alla scoperta di questo sito aborigeno sacro alla popolazione Anangu, la tribù che originariamente risiedeva qui e che ancora celebra i propri riti sacri tra le rocce ed insenature di Uluru, in dovere di proteggere questa zona dalle minacce e mantenerne la sacralità e fertilità, mantenendo viva una tradizione di almeno 20.000 anni legata al tempo dei sogni “Dreamtime” durante il quale l’universo fu creato.

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Arte rupestre aborigena

Ci sono pannelli informativi posti in determinati luoghi del percorso con preziose ed interessanti informazioni sulla storia aborigena di Uluru e degli Anangu; sono descritte le storie e miti provenienti dal Dreamtime e dalla cultura madre di questa terra: inoltre geologia, flora e fauna presenti in queste zone.

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Durante la camminata si arriva in luoghi stupendi come, credeteci o no, un piccolo lago che sorge in un’insenatura della roccia e che è frutto delle copiose piogge che a volte si abbattono qui. L’acqua sulla cima di Uluru scende e crea una cascata che con il passare del tempo ha lasciato una larga macchia nera sulla roccia e che è composta da organismi come alghe e funghi. Queste striature sono comuni sulla superficie di Uluru e Kata Tjuta e testimoniano la presenza di acqua che richiama oggi come allora canguri, dingo ed emu.

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Segno lasciato dall’acqua che forma la cascata nella piccola oasi in un’insenatura di Uluru

Gli aborigeni cacciavano questi animali in modo saggio e mantenendo un equilibrio naturale, uccidendo solo quello che serviva alla tribù, cercando di non spaventare gli altri animali così da farli ritornare negli stessi luoghi senza timore.

Dipinti di queste scene di caccia e del tempo del Dreamtime sono ancora presenti, venivano usati dagli anziani ed adulti per insegnare e tramandare conoscenza ai più giovani. Questi siti sono ora conservati lontano dalle mani curiose dei turisti anche se purtroppo molto spesso alcuni se ne infischiano e sorpassano le recinzioni pur di scattare una foto all’arte rupestre e farsi qualche selfie…

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Turisti che procedono con l’arrampicata su Uluru

Molti turisti decidono inoltre di fare l’arrampicata per raggiungere la cima di Uluru, nonostante questa pratica vada contro la tradizione aborigena degli Anangu. Ci sono cartelli lungo il percorso e alla base dell’arrampicata scritti in diverse lingue che invitano i turisti a non farla in segno di rispetto per questi luoghi sacri ma purtroppo questo “fin troppo gentile” invito non smuove le coscienze di tutti e tanti decidono di procedere in ogni caso.

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Cartello sul quale è chiesto gentilmente ed in diverse lingue di evitare l’arrampicata

Negli anni ’50/’60 Uluru cominciò a diventare meta turistica grazie all’accesso al sito tramite una strada sterrata e alla costruzione di un motel. Bus e jeep cominciarono ad arrivare sempre più numerosi con turisti da tutto il mondo. Fu costruita questa arrampicata che tutt’ora risale il lato meno ripido della montagna, con pali in metallo fissati al terreno e catene che permettono una salita meno rischiosa.

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Circa 35 persone sono morte nell’intento di raggiungere la cima, spinte dal forte vento o stroncate da attacco di cuore…tutto ciò non è servito a persuadere turisti ad evitare l’arrampicata ed è chiaro che fino a che questa non verrà chiusa, persone continueranno ad infrangere il volere degli Anangu e violare la sacralità di Uluru solo per godersi un bel panorama.

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Camminando in Kata Tjuta

La mia opinione su questo è molto forte, il percorso per la cima va chiuso, i pali e le catene rimossi, no discussioni, no se o ma…a volte il rispetto deve andare oltre ciò che crediamo non importante per noi.

Fortunatamente qui in Australia ho notato che la cultura aborigena è protetta e lo sta diventando sempre di più nonostante i forti contrasti e problematiche che ancora sono prominenti tra bianchi ed aborigeni.

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Anche il sito di Kata Tjuta è luogo sacro ed allo stesso tempo un’incredibile bellezza della natura che è possibile ammirare percorrendo il sentiero che porta intorno a queste strane montagne dalla forma di giganteschi bruchi che fuoriescono dal terreno in diverse angolature (questa la mia immagine personale!) o con la forma di tante teste, per mantenere la descrizione aborigena originale.

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Queste 36 formazioni rocciose sono il frutto di erosione, come accadde per Uluru, e coprono una superficie di circa 22 km quadrati: la cima più alta è 546 metri.

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Anche qui in Kata Tjuta è presente una fonte d’acqua racchiusa in una gola tra due alte pareti rocciose: il flusso di un piccolo fiume che scorre quando piove rende questo luogo una zona verde con cespugli ed alberi e luogo di rifugio per wallabi, canguri, dingo, lucertole ed altri animali che vivono nell’area.

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Personalmente ho trovato entrambi Uluru e Kata Tjuta estremamente interessanti, impregnati di cultura ed energia e grazie ai quali si gode della vista di paesaggi e colori non comuni.

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Tramonto dietro Uluru

La mia esperienza in questi luoghi è arricchita da una visita di un paio di ore al centro culturale che sorge non distante dal sito di Uluru e nel quale è esposta cultura ed arte aborigena, con documenti, scritti, video e dipinti che regalano un quadro più chiaro delle origini sacre e della spiritualità che ne fanno parte.

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Emozionata lascio il parco nazionale, rimettendomi alla giuda ed allontanandomi da quello che è stato un evento importante nella mia vita, che mi ha in qualche modo cambiata dentro e che spero mi renderà una persona migliore, con ancora più rispetto per le altre culture così nettamente differenti dalla mia, permettendomi di guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, più attenti, curiosi e consapevoli.

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SOLO WOMAN ROAD TRIP: da Adelaide a Coober Pedy – Northern Territory

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Arte aborigena al Museum of South Australia

La strada che scelgo per raggiungere Adelaide è quella costiera. Lascio la noia dell’interno a coloro che hanno fretta di raggiungere la città, io piuttosto mi godo il panorama.

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Purtroppo la vista su Adelaide mentre vi arrivo guidando sulla lunga discesa che dalle colline arriva in città, non è delle migliori, infatti un temporale si sta abbattendo nella zona e a malincuore continuerà anche il giorno dopo.

Soggiorno per tre notti all’ostello Sunny’s Backpacker, centrale, staff veramente amichevole e sempre disponibile a dare qualche dritta.

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Mi voglio trattare quasi di lusso questa volta e scegliendo questa sistemazione ho anche la colazione compresa tutte le mattine a base di pancakes! Una bomba di bontà e calorie, delle quali onestamente mi infischio, ritrovandomi così a fare il pieno di energia nelle tre mattine che spendo qui al Sunny’s, con tanto di complimenti allo chef 🙂

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Bandiera aborigena e bandiera australiana

Quasi due giorni interi li spendo in ostello impegnata ad aggiornare intornosottosopra.com e la pagina facebook, con sempre mille cose da scrivere e centinaia di foto da scegliere e pubblicare. Finalmente il sole splende e una giornata la trascorro a visitare Adelaide, l’ultima delle grandi capitali del paese (aspettando di arrivare a Darwin). Le dimensioni sono decisamente ridotte rispetto alle sorelle Sydney e Melbourne, il centro cittadino è concentrato in poche vie principali ma devo proprio ammettere che questa città è una piacevole sorpresa. In particolare la via principale King William Street e North Terrace nella quale sorgono i principali edifici di Adelaide.

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Boomerang

Visito il South Australian Museum che è decisamente da non perdere. Ha una sezione importante dedicata alla cultura aborigena con decine di manufatti come i famosi boomerang (si, sono un’invenzione australiana, aborigena!), imbarcazioni, utensili, monili e arte. E’ stato davvero piacevole guardare video originali su vari argomenti come l’intaglio di canoe direttamente dagli alberi, l’intaglio dei boomerang da uno specifico tipo di tronco d’albero, come usavano andare a caccia, come sceglievano le piante per estrarre sostanze medicinali e molto altro.

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Mappa dell’Australia aborigena

Il museo è formato da più livelli ed ognuno di essi ha un tema, o più temi trattati. Come sempre non manca storia, archeologia, minerali, flora e fauna, scienza, tecnologia e tantissimi strumenti di interazione e sperimentazione per i visitatori, soprattutto per i bambini.

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Il precinto dell’università e del rispettivo campus sono un’altra zona che vale la pena visitare, inoltre l’Art Gallery of South Australia che offre mostre gratuite e una collezione di opere, pittoriche e non, da tutto il mondo.

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Il pomeriggio visitando Adelaide giunge al termine e dopo un ultimo pieno di pancakes con burro, marmellata e zucchero di cannella riporto i miei pochi averi in auto accompagnata da uno smagliante sorriso del gestore e riparto verso nord ovest con meta Port Augusta, il cancello d’entrata per l’Outback, la zona centrale dell’Australia, arida ed estremamente estesa.

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Uno dei numerosi “Pink Lake”, lago rosa

Trascorro una notte a Port Augusta, non c’è molto da visitare e d’ora in poi le cittadine saranno sempre più piccole e con praticamente nulla se non un distributore di benzina ed una roadhouse.

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Port Augusta. Vista sulla zona dall’alto

Il paesaggio cambia quasi subito, gli alberi si diradano diventando sempre più sottili, con meno foglie. Ci sono cespugli disseminati tutto intorno di un colore verde pallido e la terra rossa comincia a diventare sempre più una costante nel panorama durante la guida verso nord.

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Trascorro un paio di notti campeggiando, così come tanti altri Grey Nomads, nomadi grigi e faccio la conoscenza di alcuni di loro che fieri del loro paese mi danno dritte e consigli sul cosa vedere, dove andare e che mi danno raccomandazioni degne di nonni preoccupati per la nipote in giro all’avventura da sola per il mondo! Fa sempre piacere vedere l’interesse di persone che si preoccupano per la mia incolumità come fossero amici o parenti.

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Arrivando a Coober Pedy

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Lake Hart è un lago salato. Il tramonto rende il sale sulla superficie rosa

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Dopo circa 850 chilometri da quando ho lasciato Adelaide, arrivo finalmente alla leggendaria Coober Pedy.

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Coober Pedy è in sostanza un paesotto sorto dalla polvere rossa dell’Outback nel 1858 quando il primo esploratore europeo visitò quest’area. Nel 1915 grazie alla scoperta di opale nel sottosuolo, il paese cominciò un rapido sviluppo. Questa pietra preziosa è ora una delle ricchezze australiane, grazie alla sua produzione mondiale che proviene per il 95% dall’Australia appunto e di questo 95%, l’85 solo da Coober Pedy e limitrofi.

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Cartello stradale molto comune nei pressi di Coober Pedy. Avverte del pericolo di grosse voragini nel suolo dovute agli scavi minerari

Da quando l’opale fu scoperto quasi cent’anni fa, cominciò una guerra alla ricerca delle pietre più grandi e preziose.Tutt’ora l’attività è sviluppata e lo si nota facilmente osservando il suolo nei d’intorni della città, descritti come “paesaggio lunare”, praticamente un Emmenthal di rocce e polvere, con piccole e grandi montagne di detriti sparse ovunque lasciate da macchinari minerari che circondano la zona.

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Si tratta di gigantesche aspirapolvere che sono connesse alle trivellatrici sotterranee e che risucchiano tutti i frammenti di roccia e polvere prodotti durante gli scavi.

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Road train, treno della strada. Questi camion possono raggiungere diversi metri di lunghezza

E’ diventata un’attrazione turistica l’andare a visitare le miniere che ancora operano o quelle che sono in disuso con tanto di tour con guide che spiegano il funzionamento delle miniere di opali, la loro storia, la chimica e mineralogia che sta dietro all’arcobaleno di colori tipici di questa pietra, senza menzionare le decine di negozi e spacci che vendono opali in ogni salsa: da gioielli costosissimi a pezzi di opale grezzo. Oh, e si può andare all’avventura alla ricerca di fortuna…nel caso siate interessati agli opali.

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Una delle tante miniere di opale con relativo negozio

Rimango due notti qui a Coober Pedy dopo aver deciso di fermarmi al Riba’s caravan park e campeggio. Si trova a circa 12 chilometri dal centro, in un sito minerario in disuso ma la particolarità di questo luogo è che ad un prezzo davvero irrisorio (15 dollari a notte!!!) si può dormire sottoterra! Hanno creato una specie di grotta artificiale, con tunnel che contengono semplici nicchie incavate nella roccia; vi assicuro che è da provare…quando vi ricapita di dormire sottoterra?

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Una delle gigantesche aspirapolvere sparse per la zona di Coober Pedy

Si può installare la propria tenda oppure semplicemente dormire nel proprio sacco a pelo su un materassino da campeggio (il suolo all’interno della grotta è ghiaia); Questa volta dormendo qui invece che in auto, non devo preoccuparmi per il freddo durate la notte: si perché qui sottoterra la temperatura non cambia, rimane sempre costante tra i 20 e i 25 gradi, non importa che clima ci sia all’esterno!

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Visita ad una miniera in disuso

Avendo provato questa esperienza e sapendo inoltre che qui in estate le temperature raggiungono i 45 gradi rimanendo tali per settimane, non mi sorprende il venire a conoscenza del fatto che qui a Coober Pedy più della metà della popolazione vive sottoterra, in case costruite nella roccia e che sono chiamate “Dugout”. Non solo le abitazioni sono sotterranee ma inoltre numerose chiese, negozi, gallerie d’arte, caffè, ristoranti sono incavati nella roccia.

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Libreria costruita sottoterra

Una meta in città che vi consiglio di non perdere è la Josephine Gallery, una grande galleria di arte aborigena ma con una sorpresa: è inoltre sede di un orfanotrofio per canguri. Alle ore 12:00 c’è il “feeding” che significa il pasto. I visitatori possono dare da mangiare a canguri presenti nella struttura ed assistere mentre l’operatrice nutre i piccoli baby cangurotti con il biberon!

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Josephine’s Gallery, il pasto per i piccoli canguri è latte ad alta digeribilità, senza lattosio

Il centro informazioni di Coober Pedy è il punto iniziale per la vostra visita nella città ed è inoltre il luogo nel quale acquistare il pass per entrare nella zona di riserva naturale chiamata “The Breakaways” al costo di 10 dollari per vettura e valido per la giornata.

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Serbian Church, chiesa serba costruita sottoterra

Non perdetevi questi scenari da cartolina a pochi chilometri a nord della città.

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The Breakaways

The Breakaways sono una zona di bellezze naturalistiche che non vi possono deludere, ci sono panorami su colline dalle sfumature rosse, rosa, bianche e nere, contornate da valli desertiche e paesaggi lunari, fiori gialli che contrastano con il rosso acceso delle rocce e del suolo.

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The Breakaways, Salt and Pepper

Una strada sterrata segue un cerchio che percorre interamente la zona; in auto si guida facilmente raggiungendo punti panoramici segnalati chiaramente sulla strada: non fatevi scoraggiare dal primo paio di chilometri durante i quali vi sembrerà che la vostra vettura sia prossima a perdere la marmitta da un momento all’altro….non è tutta così la strada fidatevi 🙂

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Famose sono le due piccole montagne chiamate “Salt and Pepper” (sale e pepe), una di colore rosso e una di colore bianco. Inoltre la pianura dall’aspetto lunare usata anche nel film australiano “Mad Max Thunderstorm” e di nuovo nell’ultimo Mad Max uscito al cinema da poco.

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Fermatevi al noto “Dog Fence” (recinto per cani). Il Dog Fence è la più lunga recinzione del mondo e si estende per 5300 chilometri attraversando più stati australiani. Come suggerisce il nome, questa barriera fu  costruita per mantenere i capi di bestiame allevati in queste aree sicuri, specialmente le pecore che in passato venivano frequentemente attaccate dai locali Dingo, i cani selvatici nativi dell’Australia.

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Dog Fence

The Breakaways è senza alcun dubbio la parte che ho preferito qui a Coober Pedy e non perdetevi il tramonto, una meraviglia su queste valli plasmate da sole e vento.

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L’Outback è appena iniziato e ho ancora centinaia di chilometri da percorrere nei prossimi giorni attraversando queste zone remote di un paese che non smette di stupirmi.

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Uluru, la famosa montagna rossa nel deserto australiano è sempre più vicina ed è giunto il  momento di ripartire, rincorrendo un altro dei miei sogni racchiuso in questo misterioso e sacro monolite.

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On the road again

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Solo Woman Road Trip: Blue Mountains, Katoomba e Jenolan Caves, NSW

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Questa settimana a Sydney è arrivata alla fine, troppo in fretta come sempre quando si trascorre tempo in vacanza.

Tempo di spostarsi dalla costa per la prima volta durante il Solo Woman Road Trip. La meta è Katoomba, una cittadina a circa un’ora e mezza ad ovest di Sydney che si trova sulle Blue Mountains (montagne blu). Katoomba è una località piuttosto nota intorno a Sydney e forse intorno all’Australia in generale, quindi turistica specialmente durante il weekend. Ricordo che qui in Australia non si va a scuola il sabato, fatto che lascia l’intero fine settimana da trascorrere in famiglia.

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Panoramica sulle Three Sisters

E’ autunno in questo momento ma il clima è comunque estremamente piacevole durante il giorno e fresco durante la notte.

Il punto più famoso dell’area di Katoomba, e forse l’unico motivo davvero valido per il quale si visita la città è certamente Echo Point, un punto panoramico dal quale è possibile ammirare  la maestosità delle Three Sisters (tre sorelle); Three Sisters è un gruppo di tre alti picchi rocciosi che giacciono uno accanto all’altro (un po’ come mini Dolomiti!) a lato di una montagna e dei quali si ha una vista più che soddisfacente dall’Eco Point. Purtroppo al momento le Giant Stairs (grandi scale), ovvero il sentiero che porta nella parte inferiore della valle e dal quale si ammirano le Tre Sorelle dal basso in tutta la loro imponenza è chiuso ancora per qualche mese.

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Ci sono comunque tante camminate nei boschi da fare e se avete 35 dollari avanzati nel portafoglio potete andare al Scenic World, un’attrazione poco distante da Echo Point che mette a disposizione dei turisti un treno e due funivie che attraversano le valli rimanendo appunto sospesi e quindi offrendo un diverso ed eccitante punto di vista sulle Blue Mountains.

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Una delle funivie dello Scenic World

Bene, Blue Mountains, vi state chiedendo se queste montagne sono effettivamente blu? Beh, non proprio ma l’impressione è quella.

Il nome deriva da un fatto curioso ma totalmente scientifico.
Queste montagne sono ricoperte da foreste di eucalipto, chiamato anche gum tree che per chi non lo sapesse è il cibo degli amati koala. Nel caldo sole australiano queste piante rilasciano una leggera nebbiolina formata da olio essenziale di eucalipto. Questa nebbiolina riflette la luce blu dello spettro solare che da quell’effetto visivo dal quale queste montagne prendono il nome.

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Maple park, Katoomba

Da Katoomba mi sposto ancora più all’interno, a mezz’ora di macchina verso sud ovest arrivo alle Jenolan Caves.

Le Jenolan Caves sono una rete di grotte molto estesa che segue il corso sotterraneo del fiume Jenolan e la sua età di 340 milioni di anni ne fa il complesso di grotte più antico del mondo e uno dei più affascinanti. Questa meraviglia della natura è compresa in un’area di 3.083 ettari, con oltre 40 chilometri di passaggi su più livelli e oltre 300 entrate…e il complesso delle grotte è ancora in fase di esplorazione.

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Le grotte erano note alle popolazioni aborigene da centinaia di anni e venivano chiamate “Binoomea” ovvero “luoghi bui, scuri”. Solo nel 1884 venne adottato il nome Jenolan (alta montagna) Caves.

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La storia ufficiale della scoperta di queste grotte da parte di europei comincia nel 1838 con James Whalan ma in verità, seguendo la storia non ufficiale bisogna andare indietro ancora qualche anno poiché fu un ex carcerato, James McKeown il primo europeo ad entrare nelle grotte. Dopo essere evaso di galera quest’uomo trovò rifugio nei bui cunicoli delle Jenolan Caves e le usò come nascondiglio.

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Rimango due giorni nel parcheggio chiamato CARPARK N.2, quello più alto e distante dalle grotte ma che mi regala infinita tranquillità e tanti incontri con la natura….ragni compresi! per chi viaggia come me e usa la propria auto come “casa mobile” questo parcheggio è perfetto. I bagni rimangono aperti 24/24 e all’interno c’è la doccia calda!!! Non vi dico che sogno è stato dopo aver camminato tra i boschi tutto il giorno, la cosiddetta “manna dal cielo”!

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Le grotte aperte al normale pubblico sono 10 più esistono alcuni tour notturni o avventurosi durante i quali si vestono i panni di esploratore e ci si cala nei passaggi stretti e bui con corde e torcia sulla testa proprio come i prime esploratori! Peccato questo tipo di tour non sia sempre attivo ma sia disponibile solamente durante il fine settimana e le vacanze scolastiche.

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Hotel e ufficio biglietti appena entrati alle grotte

L’ingresso di ogni tour è a pagamento e a seconda di quello che scegliete il prezzo varia. Ci sono tre tipologie di grotte con diversa complessità e il prezzo dunque varia in tre fasce.

$ 32 – $ 38 – $ 45

Quando comunque acquistate uno dei tour, il secondo è a metà prezzo, motivo per il quale ne ho fatti due in un giorno! Io ho scelto Diamond e Orient Cave: Io personalmente rimango affascinata dalle grotte in generale ricordandomi di quando andai alle Grotte di Frasassi in Italia anni fa. Mi stregarono. L’Australia con queste Jenolan Caves non è da meno, imponenti e di una complessità e delicatezza incredibile mi hanno stregato nuovamente. La guida che accompagna durante i tour ai quali ho partecipato non ha fatto altro che contribuire all’esperienza facendola diventare ancora migliore.

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Il Blue Lake accanto alle grotte. Sono i minerali contenuti nelle rocce che donano questo colore blu all’acqua.

La cosa più particolare in assoluto e che mi ha da un misto di sensazioni come ammirazione, timore, senso di inferiorità, curiosità, è nel momento in cui nel bel mezzo di un’ampia parte delle grotte che si apre davanti all’intero gruppo la guida dice che avrebbe spento ogni luce e che in questo modo avremmo sperimentato sulla nostra pelle il profondo buio che c’era all’interno dei cunicoli quando il primo esploratore si calò in questi luoghi nelle viscere della terra. Parliamo dei primi del ‘900 ed allora esistevano solo le candele a guidare queste donne e uomini coraggiosi nella loro impresa…così la guida spegne ogni fonte di illuminazione e dopo un paio di minuti lasciati a noi turisti per immergerci nell’atmosfera cupa e concentrarsi sui rumori intorno, accende un fiammifero e noi del gruppo ci rendiamo improvvisamente conto della difficoltà che fu l’impresa  dietro la scoperta delle Jenolan Caves.

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La passione di queste persone nel loro lavoro è ammirevole e la loro dedizione alla conservazione di un bene naturale così prezioso è solo da apprezzare.

Se siete in Australia, insieme alla Great Ocean Road, Uluru, Whitsundays e altre mete naturalistiche da vedere assolutamente, inserite le Jenolan Caves alla lista!

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