SOLO WOMAN ROAD TRIP: Uluru e Kata Tjuta, Australia Outback – Northern Territory

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Uluru

Curva dopo curva, chilometro dopo chilometro mi avvicino al centro dell’Australia denominato Outback.

La chiamano “Red Centre Way”, la via del centro rosso quella strada che porta ad Uluru ma non solo….e da dove prende il nome è palese.

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La strada è lunga, l’asfalto è caldo ed emana un vapore che assomiglia ad un lontano miraggio.

Dune di una sabbia così rossa che acceca e così fine che quando la tocchi la tua pelle si macchia di arancio. Ci sono cespugli di un colore grigio bluastro sparsi sul terreno come pallini a pois su una camicia rossa anni ’50; alberi che si stagliano magri sul suolo, quasi senza foglie con la corteccia liscia e bianchissima; camminando in queste distese si incontrano valli e antichi letti di fiumi oramai senz’acqua.

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Nonostante questa sia considerata zona desertica ed il paesaggio è senza dubbio arido, la vita è ben presenta ed adattata perfettamente alle condizioni climatiche difficili e se si pone abbastanza attenzione diventa chiaro che animali e piante qui nell’Outback australiano sono una presenza importante.

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Non solo canguri, ma inoltre emu, dingo, cammelli, wallabi, serpenti, cavalli, scorpioni, lucertole, aquile…

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Anni spesi a sognare questo posto, arrivo finalmente ad Uluru. L’emozione è grande, le lacrime non possono fare altro che scendere sulle guance mentre ce l’ho davanti ai miei occhi….è lì, immensamente grande, possente, fiero e circondato da un’aura magica e soprattutto non delude le mie aspettative che ho inutilmente cercato di mantenere basse durante i mesi passati mentre lentamente mi avvicinavo.

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Mount Conner

Uluru, il vero ed originale nome di questa montagna nel deserto australiano (o come denominato dai bianchi “Ayers Rock”), sorge in quello che ora è il parco nazionale Uluru-Kata Tjuta National Park e per entrare bisogna comprare un pass al costo di $ 25 per veicolo e valido per tre giorni. Si ha così accesso non solo al sito di Uluru ma anche a quello di Kata Tjuta, un complesso di montagne fatte della stessa roccia di cui è composto Uluru (sandstone) e che si elevano dal terreno in forme cilindriche piuttosto inconsuete, seguendo diverse direzioni, il loro nome aborigeno significa appunto “many heads” ovvero tante teste e la descrizione è a mio parere perfetta!

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Le “tante teste” che formano Kata Tjuta

Anche Kata Tjuta è meta di numerosi turisti durante l’anno, anche se molto meno sponsorizzato di Uluru ma credetemi altrettanto spettacolare. L’alba ed il tramonto visti in entrambi i siti sono imperdibili e piuttosto facili da osservare grazie ai parcheggi costruiti in determinate zone considerate le migliori per assistere a questi due speciali momenti della giornata; l’unico problema? Dovete svegliarvi presto e quindi uscire prima del sorgere del sole con temperature che arrivano anche sotto zero.

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Uluru al tramonto

Quello che attrae il turista è certamente la spettacolarità regalata dal cambiamento di sfumature sulla roccia di Uluru e Kata Tjuta, fenomeno che è in realtà dovuto non alla composizione chimica della roccia stessa ma piuttosto dall’atmosfera terrestre e dai raggi solari che la attraversano venendo riflessi in modo diverso dalla superficie delle montagne e donando graduazioni di un rosso quasi accecante durante il tramonto, un delicato rosa all’alba, inoltre arancio, viola, bluastro e marrone.

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Voglio evitare di cadere nello stereotipo del “turista medio” che si reca ad Uluru solo per tramonto, alba ed arrampicata sulla cima della montagna; voglio viverla quest’energia che sembra permeare ogni roccia, albero, cespuglio che circonda e crea questo luogo mistico. Sarà che ho immaginato e sognato di venire qui per tanto tempo e forse la mie aspettative sono cresciute ad ogni chilometro percorso per arrivare qui e percepisco questi luoghi sacri come mistici, così antichi che la memoria dell’uomo sarebbe andata persa se non fosse per le storie passate di persona a persona tramite i racconti all’interno della tribù aborigena Anangu.

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Uluru è considerato il più grande monolite al mondo e nonostante la sua elevazione dal terreno sia di 348 metri, sotto la superficie del suolo ne risiede il resto: geologi sostengono appunto che la maggiorparte di questa formazione rocciosa si estenda per centinaia di metri sottoterra. La circonferenza di Uluru è di 9.4 km intorno alla quale è stato creato un percorso, una facile camminata che guida i visitatori alla scoperta di questo sito aborigeno sacro alla popolazione Anangu, la tribù che originariamente risiedeva qui e che ancora celebra i propri riti sacri tra le rocce ed insenature di Uluru, in dovere di proteggere questa zona dalle minacce e mantenerne la sacralità e fertilità, mantenendo viva una tradizione di almeno 20.000 anni legata al tempo dei sogni “Dreamtime” durante il quale l’universo fu creato.

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Arte rupestre aborigena

Ci sono pannelli informativi posti in determinati luoghi del percorso con preziose ed interessanti informazioni sulla storia aborigena di Uluru e degli Anangu; sono descritte le storie e miti provenienti dal Dreamtime e dalla cultura madre di questa terra: inoltre geologia, flora e fauna presenti in queste zone.

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Durante la camminata si arriva in luoghi stupendi come, credeteci o no, un piccolo lago che sorge in un’insenatura della roccia e che è frutto delle copiose piogge che a volte si abbattono qui. L’acqua sulla cima di Uluru scende e crea una cascata che con il passare del tempo ha lasciato una larga macchia nera sulla roccia e che è composta da organismi come alghe e funghi. Queste striature sono comuni sulla superficie di Uluru e Kata Tjuta e testimoniano la presenza di acqua che richiama oggi come allora canguri, dingo ed emu.

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Segno lasciato dall’acqua che forma la cascata nella piccola oasi in un’insenatura di Uluru

Gli aborigeni cacciavano questi animali in modo saggio e mantenendo un equilibrio naturale, uccidendo solo quello che serviva alla tribù, cercando di non spaventare gli altri animali così da farli ritornare negli stessi luoghi senza timore.

Dipinti di queste scene di caccia e del tempo del Dreamtime sono ancora presenti, venivano usati dagli anziani ed adulti per insegnare e tramandare conoscenza ai più giovani. Questi siti sono ora conservati lontano dalle mani curiose dei turisti anche se purtroppo molto spesso alcuni se ne infischiano e sorpassano le recinzioni pur di scattare una foto all’arte rupestre e farsi qualche selfie…

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Turisti che procedono con l’arrampicata su Uluru

Molti turisti decidono inoltre di fare l’arrampicata per raggiungere la cima di Uluru, nonostante questa pratica vada contro la tradizione aborigena degli Anangu. Ci sono cartelli lungo il percorso e alla base dell’arrampicata scritti in diverse lingue che invitano i turisti a non farla in segno di rispetto per questi luoghi sacri ma purtroppo questo “fin troppo gentile” invito non smuove le coscienze di tutti e tanti decidono di procedere in ogni caso.

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Cartello sul quale è chiesto gentilmente ed in diverse lingue di evitare l’arrampicata

Negli anni ’50/’60 Uluru cominciò a diventare meta turistica grazie all’accesso al sito tramite una strada sterrata e alla costruzione di un motel. Bus e jeep cominciarono ad arrivare sempre più numerosi con turisti da tutto il mondo. Fu costruita questa arrampicata che tutt’ora risale il lato meno ripido della montagna, con pali in metallo fissati al terreno e catene che permettono una salita meno rischiosa.

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Circa 35 persone sono morte nell’intento di raggiungere la cima, spinte dal forte vento o stroncate da attacco di cuore…tutto ciò non è servito a persuadere turisti ad evitare l’arrampicata ed è chiaro che fino a che questa non verrà chiusa, persone continueranno ad infrangere il volere degli Anangu e violare la sacralità di Uluru solo per godersi un bel panorama.

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Camminando in Kata Tjuta

La mia opinione su questo è molto forte, il percorso per la cima va chiuso, i pali e le catene rimossi, no discussioni, no se o ma…a volte il rispetto deve andare oltre ciò che crediamo non importante per noi.

Fortunatamente qui in Australia ho notato che la cultura aborigena è protetta e lo sta diventando sempre di più nonostante i forti contrasti e problematiche che ancora sono prominenti tra bianchi ed aborigeni.

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Anche il sito di Kata Tjuta è luogo sacro ed allo stesso tempo un’incredibile bellezza della natura che è possibile ammirare percorrendo il sentiero che porta intorno a queste strane montagne dalla forma di giganteschi bruchi che fuoriescono dal terreno in diverse angolature (questa la mia immagine personale!) o con la forma di tante teste, per mantenere la descrizione aborigena originale.

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Queste 36 formazioni rocciose sono il frutto di erosione, come accadde per Uluru, e coprono una superficie di circa 22 km quadrati: la cima più alta è 546 metri.

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Anche qui in Kata Tjuta è presente una fonte d’acqua racchiusa in una gola tra due alte pareti rocciose: il flusso di un piccolo fiume che scorre quando piove rende questo luogo una zona verde con cespugli ed alberi e luogo di rifugio per wallabi, canguri, dingo, lucertole ed altri animali che vivono nell’area.

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Personalmente ho trovato entrambi Uluru e Kata Tjuta estremamente interessanti, impregnati di cultura ed energia e grazie ai quali si gode della vista di paesaggi e colori non comuni.

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Tramonto dietro Uluru

La mia esperienza in questi luoghi è arricchita da una visita di un paio di ore al centro culturale che sorge non distante dal sito di Uluru e nel quale è esposta cultura ed arte aborigena, con documenti, scritti, video e dipinti che regalano un quadro più chiaro delle origini sacre e della spiritualità che ne fanno parte.

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Emozionata lascio il parco nazionale, rimettendomi alla giuda ed allontanandomi da quello che è stato un evento importante nella mia vita, che mi ha in qualche modo cambiata dentro e che spero mi renderà una persona migliore, con ancora più rispetto per le altre culture così nettamente differenti dalla mia, permettendomi di guardare ciò che mi circonda con occhi diversi, più attenti, curiosi e consapevoli.

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SOLO WOMAN ROAD TRIP: da Adelaide a Coober Pedy – Northern Territory

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Arte aborigena al Museum of South Australia

La strada che scelgo per raggiungere Adelaide è quella costiera. Lascio la noia dell’interno a coloro che hanno fretta di raggiungere la città, io piuttosto mi godo il panorama.

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Purtroppo la vista su Adelaide mentre vi arrivo guidando sulla lunga discesa che dalle colline arriva in città, non è delle migliori, infatti un temporale si sta abbattendo nella zona e a malincuore continuerà anche il giorno dopo.

Soggiorno per tre notti all’ostello Sunny’s Backpacker, centrale, staff veramente amichevole e sempre disponibile a dare qualche dritta.

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Mi voglio trattare quasi di lusso questa volta e scegliendo questa sistemazione ho anche la colazione compresa tutte le mattine a base di pancakes! Una bomba di bontà e calorie, delle quali onestamente mi infischio, ritrovandomi così a fare il pieno di energia nelle tre mattine che spendo qui al Sunny’s, con tanto di complimenti allo chef 🙂

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Bandiera aborigena e bandiera australiana

Quasi due giorni interi li spendo in ostello impegnata ad aggiornare intornosottosopra.com e la pagina facebook, con sempre mille cose da scrivere e centinaia di foto da scegliere e pubblicare. Finalmente il sole splende e una giornata la trascorro a visitare Adelaide, l’ultima delle grandi capitali del paese (aspettando di arrivare a Darwin). Le dimensioni sono decisamente ridotte rispetto alle sorelle Sydney e Melbourne, il centro cittadino è concentrato in poche vie principali ma devo proprio ammettere che questa città è una piacevole sorpresa. In particolare la via principale King William Street e North Terrace nella quale sorgono i principali edifici di Adelaide.

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Boomerang

Visito il South Australian Museum che è decisamente da non perdere. Ha una sezione importante dedicata alla cultura aborigena con decine di manufatti come i famosi boomerang (si, sono un’invenzione australiana, aborigena!), imbarcazioni, utensili, monili e arte. E’ stato davvero piacevole guardare video originali su vari argomenti come l’intaglio di canoe direttamente dagli alberi, l’intaglio dei boomerang da uno specifico tipo di tronco d’albero, come usavano andare a caccia, come sceglievano le piante per estrarre sostanze medicinali e molto altro.

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Mappa dell’Australia aborigena

Il museo è formato da più livelli ed ognuno di essi ha un tema, o più temi trattati. Come sempre non manca storia, archeologia, minerali, flora e fauna, scienza, tecnologia e tantissimi strumenti di interazione e sperimentazione per i visitatori, soprattutto per i bambini.

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Il precinto dell’università e del rispettivo campus sono un’altra zona che vale la pena visitare, inoltre l’Art Gallery of South Australia che offre mostre gratuite e una collezione di opere, pittoriche e non, da tutto il mondo.

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Il pomeriggio visitando Adelaide giunge al termine e dopo un ultimo pieno di pancakes con burro, marmellata e zucchero di cannella riporto i miei pochi averi in auto accompagnata da uno smagliante sorriso del gestore e riparto verso nord ovest con meta Port Augusta, il cancello d’entrata per l’Outback, la zona centrale dell’Australia, arida ed estremamente estesa.

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Uno dei numerosi “Pink Lake”, lago rosa

Trascorro una notte a Port Augusta, non c’è molto da visitare e d’ora in poi le cittadine saranno sempre più piccole e con praticamente nulla se non un distributore di benzina ed una roadhouse.

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Port Augusta. Vista sulla zona dall’alto

Il paesaggio cambia quasi subito, gli alberi si diradano diventando sempre più sottili, con meno foglie. Ci sono cespugli disseminati tutto intorno di un colore verde pallido e la terra rossa comincia a diventare sempre più una costante nel panorama durante la guida verso nord.

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Trascorro un paio di notti campeggiando, così come tanti altri Grey Nomads, nomadi grigi e faccio la conoscenza di alcuni di loro che fieri del loro paese mi danno dritte e consigli sul cosa vedere, dove andare e che mi danno raccomandazioni degne di nonni preoccupati per la nipote in giro all’avventura da sola per il mondo! Fa sempre piacere vedere l’interesse di persone che si preoccupano per la mia incolumità come fossero amici o parenti.

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Arrivando a Coober Pedy

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Lake Hart è un lago salato. Il tramonto rende il sale sulla superficie rosa

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Dopo circa 850 chilometri da quando ho lasciato Adelaide, arrivo finalmente alla leggendaria Coober Pedy.

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Coober Pedy è in sostanza un paesotto sorto dalla polvere rossa dell’Outback nel 1858 quando il primo esploratore europeo visitò quest’area. Nel 1915 grazie alla scoperta di opale nel sottosuolo, il paese cominciò un rapido sviluppo. Questa pietra preziosa è ora una delle ricchezze australiane, grazie alla sua produzione mondiale che proviene per il 95% dall’Australia appunto e di questo 95%, l’85 solo da Coober Pedy e limitrofi.

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Cartello stradale molto comune nei pressi di Coober Pedy. Avverte del pericolo di grosse voragini nel suolo dovute agli scavi minerari

Da quando l’opale fu scoperto quasi cent’anni fa, cominciò una guerra alla ricerca delle pietre più grandi e preziose.Tutt’ora l’attività è sviluppata e lo si nota facilmente osservando il suolo nei d’intorni della città, descritti come “paesaggio lunare”, praticamente un Emmenthal di rocce e polvere, con piccole e grandi montagne di detriti sparse ovunque lasciate da macchinari minerari che circondano la zona.

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Si tratta di gigantesche aspirapolvere che sono connesse alle trivellatrici sotterranee e che risucchiano tutti i frammenti di roccia e polvere prodotti durante gli scavi.

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Road train, treno della strada. Questi camion possono raggiungere diversi metri di lunghezza

E’ diventata un’attrazione turistica l’andare a visitare le miniere che ancora operano o quelle che sono in disuso con tanto di tour con guide che spiegano il funzionamento delle miniere di opali, la loro storia, la chimica e mineralogia che sta dietro all’arcobaleno di colori tipici di questa pietra, senza menzionare le decine di negozi e spacci che vendono opali in ogni salsa: da gioielli costosissimi a pezzi di opale grezzo. Oh, e si può andare all’avventura alla ricerca di fortuna…nel caso siate interessati agli opali.

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Una delle tante miniere di opale con relativo negozio

Rimango due notti qui a Coober Pedy dopo aver deciso di fermarmi al Riba’s caravan park e campeggio. Si trova a circa 12 chilometri dal centro, in un sito minerario in disuso ma la particolarità di questo luogo è che ad un prezzo davvero irrisorio (15 dollari a notte!!!) si può dormire sottoterra! Hanno creato una specie di grotta artificiale, con tunnel che contengono semplici nicchie incavate nella roccia; vi assicuro che è da provare…quando vi ricapita di dormire sottoterra?

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Una delle gigantesche aspirapolvere sparse per la zona di Coober Pedy

Si può installare la propria tenda oppure semplicemente dormire nel proprio sacco a pelo su un materassino da campeggio (il suolo all’interno della grotta è ghiaia); Questa volta dormendo qui invece che in auto, non devo preoccuparmi per il freddo durate la notte: si perché qui sottoterra la temperatura non cambia, rimane sempre costante tra i 20 e i 25 gradi, non importa che clima ci sia all’esterno!

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Visita ad una miniera in disuso

Avendo provato questa esperienza e sapendo inoltre che qui in estate le temperature raggiungono i 45 gradi rimanendo tali per settimane, non mi sorprende il venire a conoscenza del fatto che qui a Coober Pedy più della metà della popolazione vive sottoterra, in case costruite nella roccia e che sono chiamate “Dugout”. Non solo le abitazioni sono sotterranee ma inoltre numerose chiese, negozi, gallerie d’arte, caffè, ristoranti sono incavati nella roccia.

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Libreria costruita sottoterra

Una meta in città che vi consiglio di non perdere è la Josephine Gallery, una grande galleria di arte aborigena ma con una sorpresa: è inoltre sede di un orfanotrofio per canguri. Alle ore 12:00 c’è il “feeding” che significa il pasto. I visitatori possono dare da mangiare a canguri presenti nella struttura ed assistere mentre l’operatrice nutre i piccoli baby cangurotti con il biberon!

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Josephine’s Gallery, il pasto per i piccoli canguri è latte ad alta digeribilità, senza lattosio

Il centro informazioni di Coober Pedy è il punto iniziale per la vostra visita nella città ed è inoltre il luogo nel quale acquistare il pass per entrare nella zona di riserva naturale chiamata “The Breakaways” al costo di 10 dollari per vettura e valido per la giornata.

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Serbian Church, chiesa serba costruita sottoterra

Non perdetevi questi scenari da cartolina a pochi chilometri a nord della città.

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The Breakaways

The Breakaways sono una zona di bellezze naturalistiche che non vi possono deludere, ci sono panorami su colline dalle sfumature rosse, rosa, bianche e nere, contornate da valli desertiche e paesaggi lunari, fiori gialli che contrastano con il rosso acceso delle rocce e del suolo.

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The Breakaways, Salt and Pepper

Una strada sterrata segue un cerchio che percorre interamente la zona; in auto si guida facilmente raggiungendo punti panoramici segnalati chiaramente sulla strada: non fatevi scoraggiare dal primo paio di chilometri durante i quali vi sembrerà che la vostra vettura sia prossima a perdere la marmitta da un momento all’altro….non è tutta così la strada fidatevi 🙂

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Famose sono le due piccole montagne chiamate “Salt and Pepper” (sale e pepe), una di colore rosso e una di colore bianco. Inoltre la pianura dall’aspetto lunare usata anche nel film australiano “Mad Max Thunderstorm” e di nuovo nell’ultimo Mad Max uscito al cinema da poco.

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Fermatevi al noto “Dog Fence” (recinto per cani). Il Dog Fence è la più lunga recinzione del mondo e si estende per 5300 chilometri attraversando più stati australiani. Come suggerisce il nome, questa barriera fu  costruita per mantenere i capi di bestiame allevati in queste aree sicuri, specialmente le pecore che in passato venivano frequentemente attaccate dai locali Dingo, i cani selvatici nativi dell’Australia.

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Dog Fence

The Breakaways è senza alcun dubbio la parte che ho preferito qui a Coober Pedy e non perdetevi il tramonto, una meraviglia su queste valli plasmate da sole e vento.

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L’Outback è appena iniziato e ho ancora centinaia di chilometri da percorrere nei prossimi giorni attraversando queste zone remote di un paese che non smette di stupirmi.

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Uluru, la famosa montagna rossa nel deserto australiano è sempre più vicina ed è giunto il  momento di ripartire, rincorrendo un altro dei miei sogni racchiuso in questo misterioso e sacro monolite.

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On the road again

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SOLO WOMAN ROAD TRIP: Great Ocean Road, Victoria

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La strada da Melbourne al mio prossimo stop non è tanta, circa un’ora e mezza di comoda autostrada per arrivare alla capitale australiana del surf: Torquay.

Mi fermo soprattutto per godermi la mattinata di sole che sembra un evento così raro al momento e per fare una passeggiata sulla scogliera che prosegue fino a perdita d’occhio e dalla quale spero di scovare qualche spruzzo insolito nell’acqua, segnale certo della presenza di balene. E’ infatti il periodo di migrazione per questi immensi mammiferi che si spostano dall’antartico verso le regioni del nord più calde. E’ durante questi mesi che lungo la costa sud dell’Australia è ricorrente avvistare balene a largo. Io non ho fortuna a Torquay e mi rimetto in auto proseguendo verso sud ovest.

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Faccio inoltre tappa in altri piccoli paesi cercando di avere più fortuna nella mia ricerca delle balene: passo Lorne e in seguito Apollo Bay dopo la quale decido di fermarmi nuovamente per dare un’occhiata intorno.

Sono a Shelly Beach, in una zona di boschi stupendi adiacenti all’oceano. I boschi sono costituiti da alberi di eucalipto, come è noto i preferiti dai koala. Quest’area, insieme a Kennet River e il Great Otway National Park sono risaputi per avere un’estesa popolazione di questi simpatici e paffuti marsupiali, facili da scovare in libertà.

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Sapendo ciò, mi inoltro nelle foreste percorrendo una passeggiata circolare di cinque chilometri, non ho avvistato balene, spero almeno di vedere qualche koala a questo punto!

Non molto tempo dopo aver intrapreso la camminata e facendo ben attenzione di essere il più silenziosa possibile, sento il tipico richiamo del maschio di koala poco distante da me, è decisamente un suono inquietante che tutto si potrebbe dire eccetto che venga da un animaletto così dolce e carino!

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La fortuna questa volta mi sorride e scovo il primo koala tra la vegetazione intento a reclamare e segnalare il proprio territorio e che probabilmente distratto da questo arduo compito, non nota la mia presenzia a circa due metri di distanza. Io mi trovo sul sentiero e ci rimango, non voglio spaventarlo ma lui appena mi vede comincia a correre (a correre! Non scherzo!) e si arrampica su un albero cercando di sfuggire al pericolo. Purtroppo però la sue scelta non ricade sulla pianta giusta e il povero koala si ritrova su un cespuglio di circa due metri d’altezza senza altre vie di salvezza intorno…..devo ammettere che è una scena buffa, povero, si guarda intorno, poi guarda me e i miei movimenti (io sono immobile accovacciata al suolo per non spaventarlo di più), poi si riguarda intorno annaspando per trovare un appiglio per arrampicarsi più in alto ma nulla da fare….

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Proseguo il cammino ridendo fra me e me e dopo alcune centinaia di metri ecco che ne vedo un altro questa volta sul mio sentiero, anche lui intento a reclamare il territorio con il suo richiamo e ancora una volta il koala non si accorge di me. Si volta, mi vede e comincia una buffa ed impacciata corsetta verso l’albero più vicino. Questa volta la scelta è quella giusta e il piccolo grigio marsupiale si arrampica velocemente ed agilmente sul tronco di questo altissimo eucalipto fermandosi a metà e lanciandomi un’occhiata e un cenno della testa come per dire di andarmene….ed in fretta.

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Lasciata la foresta di Shelly Beach decido di fare tappa nella punta sud del Great Otway National Park dove si trova il faro più importante d’Australia, commissionato dopo anni di disastrosi naufragi sulle coste del sud Australia. Le zone circostanti sono magnifiche, con foreste, campi e questo oceano di un blu intenso e dalla forza distruttiva.

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Visito il sito del faro dove inoltre sorge una sede del telegrafo, una stazione radar, torri di avvistamento della prima e seconda guerra mondiale ed un centro aborigeno con alcune opere d’arte.

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E’ possibile salire in cima al faro tramite una ripida scalinata a chiocciola ed uscire sulla piattaforma smaltata di rosso che circonda la struttura e godersi così un panorama mozzafiato tra vento e vertigini.

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Il giorno che tanto attendo da anni è arrivato, è una settimana che controllo costantemente il meteo per poter arrivare con il sole ai 12 Apostoli e godermi il panorama che tanto mi girava nella mente senza più solo sognarlo.

Vista dalla piattaforma che porta ai 12 Apostoli

Vista dalla piattaforma che porta ai 12 Apostoli

E’ una mattina incantevole, il cielo è di un azzurro scuro e il sole è appena sorto dietro le colline vicine al sito dove si trovano i 12 Apostoli e io mi sento come una bambina in un negozio di dolci. Nervosa ed eccitata di poter finalmente vederli con i miei occhi, corro per raggiungere Gibson Steps, una scalinata che porta alla spiaggia sottostante dalla quale si possono ammirare i primi due degli 8 giganti rimasti.

I magnifici 12 Apostoli alla luce del tramonto

I magnifici 12 Apostoli alla luce del tramonto

Per chi non lo sapesse i famosi 12 Apostoli (Twelve Apostles in lingua originale) sono massicci di roccia chiamata Limestone. E’ la loro vicinanza uno all’altro che ha dato loro il nome di 12 Apostoli e ha reso questo sito una famosa attrazione turistica mondiale.

Due degli Apostoli al tramonto

Due degli Apostoli al tramonto

Queste gigantesche rocce sono il frutto dell’erosione provocata dalle forti acque dell’oceano sul quale sorge la costa settentrionale dell’Australia. La forza delle onde ha lentamente consumato la fragile Limestone lasciando solamente i frammenti che ancora si ergono in piedi. Il nono apostolo crollò nel 2005 lasciandone solo otto ad attrarre migliaia di turisti all’anno. Questa volta io sono una di loro!

Loch Ard Gorge

Loch Ard Gorge

La baia di Loch Ard Gorge

La baia di Loch Ard Gorge

Non ci sono però solo i Twelve Apostles nella zona, si può facilmente rimanere nei paraggi tutto il giorno (come ho fatto io), aspettando la luce affascinante del tramonto per scattare foto molto più interessanti.

Gibson Steps, una scalinata che porta sulla spiaggia dove sorgono i primi due dei 12 apostoli

Gibson Steps, una scalinata che porta sulla spiaggia dove sorgono i primi due dei 12 apostoli

Cominciando da Gibson Steps come prima tappa ci si può poi spostare verso ovest continuando a seguire la Great Ocean Road e fermandosi ai vari siti turistici poco distanti tra loro.

London Bridge

London Bridge

Dopo i dodici apostoli:

Loch Ard Gorge

London Bridge

The arch

Bay of Island

The Grotto

Razorback

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Razorback

Island Arch

Bay of Island

La giornata giunge al termine, e dopo decine di foto scattate con un tramonto da lasciare senza fiato, emozionata mi rimetto in viaggio continuando sulla Great Ocean Road fermandomi un paio di volte lungo la strada che mi porta ad Adelaide.

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Un amico mi suggerì qualche settimana fa di fare uno stop in uno storico paesino di pescatori chiamato Port Fairy. Non lo deludo e trascorro qui una mattinata interessante tra passeggiate al porto e foto ad edifici caratteristici coloniali vittoriani.

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Port Fairy

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Port Fairy

Continuando si arriva a Portland, famosa meta per l’avvistamento delle balene ( che ancora una volta io non trovo!). Da qui si può prendere una strada che porta a sud in una piccola penisola chiamata Cape Bridgewater.

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Parcheggiata l’auto c’è un percorso a piedi di quattro chilometri da fare, tra colline, boschi, mucche e pecore che termina in cima ad una scogliera dalla quale si ammira una colonia di foche in natura. Le si vede da lontano ma è buffo vedere come giocano tra di loro saltando tra le onde mentre cacciano.

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Poco distante da qui un altro stop da fare è in un punto molto arido ed esposto al vento della piccola penisola nel quale sorge un’immensa Wind Farm (fattoria del vento).

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Ci sono alti mulini a tre pale che girano silenziosamente sparsi per le colline circostanti. Il loro colore bianco contrasta incredibilmente con il suolo rosso sottostante creando un’atmosfera un po’ surreale.

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La mattina seguente arrivo a Mount Grampier dopo aver superato il confine ed essere entrata nello stato del South Australia.

Mount Grampier è diventata una delle mie mete preferite in Australia….è una cittadina stupenda, piena di carattere, bellezze naturali sparse per il territorio e tutte le comodità che una grande città offre.

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Le due cose che più mi hanno affascinato sono Cave Garden e Blue Lake.

Cave Garden è una grande cavità nella roccia, una grotta circolare profonda qualche decina di metri nella quale sorge un giardino con piante, fiori ed edere che pendono dai bordi della roccia. Quello che rende questo posto un punto cardine del paese è che questa grotta verde giace nel centro città. Dalla piattaforma sulla grotta si gode una sensazione di pace che sembra incredibile se si pensa dove è localizzata.

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Il Blue Lake o lago blu è letteralmente un lago che sorge nel cratere di un antico vulcano spento e che è ora diventato la sorgente acquifera che soddisfa l’intera città. L’acqua del lago è appunto blu e questo è dovuto a particolari minerali che vi disciolti e che danno al Blue Lake questa particolare colorazione.

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Dopo una giornata qui a Mount Grampier, una doccia calda (finalmente) e una lavatrice di biancheria d’emergenza riparto e questa volta mi attende un’altra capitale australiana: Adelaide.

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On the road again, l’Outback si avvicina!

SOLO WOMAN ROAD TRIP: Melbourne – Victoria

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Vista su Southbank e sul fiume Yarra

Arrivo a Melbourne di pomeriggio accompagnata da nubi e pioggia, ma che sorpresa!

Tramite un amico trovo una coppia di signori, lui di origine italiana e lei australiana, che mi ospiterà nella loro casa a Clifton Hill, un quartiere a circa 4,5 chilometri dal centro. Il sole splende per un po’ quindi trascorro le giornate a camminare in lungo e in largo per il centro, addentrandomi in ogni vicoletto nascosto tra questi edifici che sembrano uno incollato all’altro, lasciando uno spazio nel quale sembra complicato anche passeggiare.

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Cinatown

Melbourne è conosciuta un po’ come la Londra australiana ed in parte concordo; è grazie alla sua atmosfera artistica, culturale e “street” che è diventata una metropoli icona di questo paese. Una città che nonostante sia molto grande, ha una multiculturalità da ammirare, edifici storici come case di stile vittoriano incastonati come antiche gemme in palazzi di vetro moderni.

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Particolare e da non perdere è sicuramente Cina Town, nel bel mezzo di Melbourne. Un salto in Asia mentre si passeggia tra queste vie impregnate di odori, con insegne in lingua originale che non mi passa nemmeno per la mente di capirne il significato che spuntano una dietro l’altra come accavallandosi per accaparrarsi il posto migliore ed attirare i turisti.

Il tram gratuito che percorre un giro circolare intorno al centro di Melbourne.

Il tram gratuito che percorre un giro circolare intorno al centro di Melbourne.

Ci sono angoli che bisogna scovare, ed è questo che mi ha affascinato di più: certo che si ha la mappa dettagliata presa al Visitor Centre in Federation Square, e la giri e rigiri cercando di trovare quella particolare strada nella quale non sei stato, ma quando cammini per queste vie ricolme di colori e persone e piccoli caffè, ristoranti, ti volti e ti ritrovi davanti un quadro particolarmente pieno di dettagli tutti da ammirare e fotografare (per i maniaci come me…e qualche altro asiatico intorno!).

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Veduta di St. Paul’s Cathedral dalla stazione di Flinders Street

Ma tutti coloro che sono stati a Melbourne almeno una volta sanno cosa richiama turisti e artisti da tutto il mondo…i graffiti. Queste mastodontiche opere d’arte, che ancora non mi è chiaro come possano essere realizzate in maniera così accurata nella prospettiva visto la grandezza del “canvas” sulle quali vengono dipinte, sono decisamente quello che forma il carattere di Melbourne. La “street culture” è molto attiva, lo si percepisce costantemente ed ovunque, anche nei quartieri non centrali ma leggermente in periferia.

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I murales tappezzano edifici a volte parzialmente ma altre volte quasi interamente, immagini di una bellezza incredibile, con dettagli assolutamente perfetti, colori amalgamati da artisti che senza dubbio sanno il fatto loro. Ci si può perdere per ore ed ore (come la sottoscritta!) in giro a ricercare questi graffiti. E la cosa interessante è che qui i graffiti sono considerati opere d’arte e il comune mette a disposizione le aree e commissiona i lavori ad artisti locali e non.

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Queste sono le vie nelle quali io personalmente ho trovato le opere più belle:

Johnson Street (che prosegue e diventa Elgin Street. Nei pressi trovate Little Italy che è su Lygon Street)
Union Lane
Hosier Lane
Acdc Lane
Croft Alley

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Uno degli spettacolari graffiti in Johnson Street

Per una panoramica assolutamente mozzafiato dell’intera Melbourne e periferia, soprattutto se il tempo lo permette, recatevi all’Eureka Skydeck 88 nella zona di Southbank. Questo è il grattacielo con vista più alto dell’emisfero sud. Acquistate il biglietto al piano terra per 19.50 dollari e salite al livello 88 dal quale vi potrete godere un panorama d’effetto e vi renderete conto della vita notturna che popola questa città.

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Notte su Melbourne, veduta dal piano 88 dell’Eureka Skydeck 88

Un altro punto panoramico ma questa volta naturale è dalla sommità della piccola collina che sorge nel parco che circonda Clifton Hill chiamato Yarra Bend Park, l’alba è decisamente il momento migliore per godersi la vista della città con una luce calda e perfetta per scattare foto.

Piacevole per una lunga passeggiata in riva al fiume è la zona a sud est, nel Melbourne Park. Percorrendo il sentiero che conduce poi al Royal Botanic Garden arriverete ad un punto leggermente elevato dei giardini nel quale sorgono le “Bells”, ovvero le campane.

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Le Bells e la loro musica

Queste sono letteralmente campane ma erette su pilastri in metallo, hanno differenti misure e sono poste a differenti altezze. Ognuna di esse produce un suono differente dalle altre e seguendo note in successione il loro suono forma una musica che io definirei quasi magica. Mi hanno incantata e come me anche tanti altri passanti…

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Sede del Parlamento del Victoria

Passando alla cultura, fate visita alla State Library of Victoria, la libreria storica con accesso libero fino all’ultimo piano dal quale si ammira la possente e sofisticata struttura dalla base con scrivanie e logge per lo studio e la lettura, fino al soffitto decorato con una cupola magnifica.

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Interno della libreria di Stato

Il Melbourne Museum deve essere sulla vostra lista dei “fare” per Melbourne. Mi ha stupito, poiché i musei di Brisbane e Sydney non mi hanno entusiasmato per nulla, mentre ho avuto una piacevole sorpresa nel constatare che invece questo è estremamente interessante. Suddiviso tra storia naturale, scienza, tecnologia, storia….il tutto ben curato e reso facilmente fruibile da chiunque, ma come sempre bambini friendly 🙂

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Si perchè come notai quando giunsi in Australia a Novembre 2013, tutta la gioventù, i bambini e i ragazzi che sono appunto considerati il vero futuro di questo paese, coloro che prenderanno in mano le redini della società, ricoprono un posto molto importante nelle priorità governative e sociali in genere.

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Un altro stupendo murales in Johnson Street

La famiglia è la struttura portante di questo paese così giovane storicamente (storia europea intendo) ma che in pochi anni ha raggiunto livelli invidiabili di qualità della vita rispetto al resto del mondo….e non mi sorprende il perché.

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Graffiti in Hosier Lane

Lascio Melbourne con ricordi stupendi di volti, culture, usanze, arte e benessere, e come oramai sono solita, portandomi dietro tanta pioggia nel mio Solo Woman Road Trip che continua in Victoria verso ovest e la Great Ocean Road

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SOLO WOMAN ROAD TRIP: costa sud-est dal New South Wales al Victoria

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Si continua il viaggio on the road verso sud facendo tappa in alcune cittadine sul tragitto come Batemans Bay e Narooma (che vi consiglio di visitare). Continuando faccio una sosta di mezza giornata ad Eden dove scopro che l’Information Centre (ufficio informazioni turistiche) offre la possibilità di avere una doccia calda al modesto prezzo di $ 2.20.

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Non posso resistere ad una doccia bollente specialmente dopo aver trascorso le ultime due settimane utilizzando le docce sulla spiaggia a Jervis Bay…. praticamente gelate!

Dopo 20 minuti di acqua bollente sulla pelle decido che può essere sufficiente per resistere alcuni altri giorni senza una doccia calda e indossati vestiti puliti, o quasi, mi incammino verso la costa per dare un’occhiata in giro e trascorrere qui un altro paio di ore e pranzare.

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Mi rimetto alla guida e dopo pochi chilometri finalmente attraverso il confine tra lo stato del New South Wales arrivando in Victoria accompagnata da nuvole cariche di pioggia e temperature sempre più fredde.

Trascorro le notti campeggiando in parchi nazionali e aree di sosta in compagnia di tanti altri viaggiatori, a volte backpackers e a volte intere famiglie australiane che con i loro camper esplorano da nomadi il proprio paese.

Più volte, vedendomi da sola, vengo invitata ad aggregarmi a loro, per gustarmi una tazza di tea o un pasto intorno al fuoco, condividendo il calore che arriva non solo da queste calde fiamme ma soprattutto dalla gentilezza di persone sì sconosciute, ma pronte a rendermi parte di qualcosa di semplice, della loro quotidianità, dei loro pensieri e storie di vita.

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Arrivo in una città chiamata Sale che si trova a circa 220 chilometri a est di Melbourne dove trascorro qualche giorno sostando nel parco cittadino intorno al lago Gutheridge.

Le mie finanze si stanno riducendo e decido così di cominciare a cercare lavoro come già avevo previsto di fare all’inizio di questo viaggio.

Come sempre il sito internet Gumtree è una fonte inesauribile di opportunità di ogni tipo il che significa anche offerte di lavoro; mi bastano un paio di ore per ricevere risposta a due applicazioni fatte, una per la posizione di cameriera e aiuto cucina in un ristorante italiano e l’altra come responsabile controllo qualità in una grande farm che produce insalata poco distante da Sale.

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Traduzione: attenzione, serpenti abitano quest’area

Entrambe le applicazioni hanno successo e comincio a lavorare il giorno dopo ad entrambi i posti. Un paio di giorni dopo opto per rimanere solamente nella farm poiché gli orari sono  davvero  troppo variabili e questo non mi permette di assicurare puntualità nel secondo lavoro.

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La posizione di controllo qualità è eccitante e stimolante, con tante cose nuove da imparare e un po’ di responsabilità, cosa che non mi dispiace assolutamente. Chi lo immaginava ci fossero così tanti tipi di insalata! Mizuna, Tatsoi, Red Oak, Green Coral, Kale…gli unici due tipi che mi suonano famigliari sono la rucola e gli spinaci.

Incontro tante nuove persone, australiani ma soprattutto altri backpacker. La maggioranza di loro sta svolgendo il lavoro in farm per accumulare gli 88 giorni necessari per ottenere il secondo Working Holiday Visa e questo mi da un profondo senso di sollievo visto che questo processo io l’ho già messo alle spalle. Ci si sente un po’ come quando amici devono fare l’esame per ottenere la patente di guida e tu invece ce l’hai già, o quando loro devono superare l’esame di maturità mentre tu invece sei già a goderti le vacanze estive!

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Nel frattempo trovo un luogo dove stare durante il periodo nel quale lavoro, mi trasferisco infatti nel paesino di Maffra, lo stesso dove si trova la farm: affitto una camera singola nella casa di un mio collega al costo di $ 90 a settimana, felice di essere a solamente 10 chilometri dalla farm! Quando la sveglia suona alle 5 di mattina (o prima) impari ad apprezzare la vicinanza della tua casa al posto di lavoro.

Le mansioni alla farm non sono solo ridotte al controllo qualità, ma vengo spostata in altre sessioni nei giorni seguenti. A volte a scaricare i trailer dalle casse piene di insalata provenienti dai campi (spuntano muscoli dei quali non sapevo nemmeno l’esistenza!), altre volte a lavare le casse vuote dalle 4:30 di mattina alle 5:30 di pomeriggio. Altre ancora ad aiutare fuori nei campi nel taglio a mano di alcuni tipi di insalata.

Man mano che l’inverno si avvicina (l’inverno nell’emisfero sud per chi non lo sapesse va dal 1 Giugno al 1 Settembre), la stagione lavorativa si riduce e la farm si appresta a chiudere per qualche settimana prima di riaprire per l’inizio della nuova stagione. Le ore settimanali cominciano a ridursi così come le temperature minime della mattina. Quasi sempre il lavoro comincia appena prima dell’alba e fa uno strano effetto vedere la brina nei campi e uno strato di ghiaccio sul vetro della propria auto!

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Ora ho la prova che anche qui in Australia fa freddo e che il mito dell’estate onnipresente è decisamente solo un mito.

Ancora più sconvolgente è vedere la neve! Un giorno io ed altri quattro amici decidiamo di andare a fare una gita fuori porta su quelle che chiamano “le Alpi Australiane”, distanti circa due ore e mezza da Maffra.

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Decisamente capisco anche il motivo per il quale la maggioranza di australiani possiede una jeep con quattro ruote motrici: se vuoi avventurarti per strade ripide, non asfaltate e con buchi profondi abbastanza per inghiottire un wombat distratto, l’unica soluzione è proprio una jeep!

Onestamente di “Alpi” non c’è molto, le definirei più come alte colline, ma la neve è li! La posso vedere e toccare, camminarci sopra e sprofondarci fino a perdere di vista le mie scarpe da trekking, per cui quale occasione migliore se non questa per fare una battaglia di palle di neve?!

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Alcuni luoghi qui nell’area del East Gippsland (così si chiama questa zona del Victoria) tolgono il fiato. Parchi nazionali con foreste di un verde accecante; punti panoramici arroccati su rocce appuntite in cima a valli baciate da raggi del sole che penetrano le nubi qua e là.

In questi due mesi trascorsi in Maffra ho visto innumerevoli albe e tramonti talmente belli che avrebbero meritato ogni volta una cartolina, ma ancora una volta sono le persone che mi hanno regalato le emozioni più forti.

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Un enorme, gigantesco, infinito grazie ad amici speciali: Gaia, Gabriele, Stuart, e Sylvia in primis. Mi avete aiutata ad affrontare momenti non proprio felici e mi avete fatta ridere come una pazza (specialmente tu Gaia!).

Senza contare tutti gli altri amici e colleghi intorno a me.

Grazie a tutti, spero di rivedervi un giorno o l’altro….in qualche posto nel mondo.